Incontro alla Casa Bianca tra Zelensky e Trump con i leader UE, cessate il fuoco ancora lontano a Gaza, Pippo Baudo ci lascia a 89 anni
Una settimana più calma del solito, ma non per questo priva di spunti.
Ne arrivano di importanti soprattutto dalla questione ucraina, con un importante (seppur infruttuoso) incontro alla Casa Bianca, e da Gaza, dove la situazione è ai limiti del gestibile. Inoltre faremo un salto – per la prima volta (forse) – in Bolivia e chiuderemo con una tragica notizia dal mondo dello spettacolo italiano.
Andiamo a vedere 👇
🇺🇦 UCRAINA-RUSSIA: INCONTRO ALLA CASA BIANCA TRA TRUMP, ZELENSKY E I LEADER EUROPEI. COSA SI È DECISO?

1) Partiamo dall’Ucraina stavolta, dalla quale arrivano gli aggiornamenti più importanti. La scorsa settimana è stato stabilito che questo lunedì i principali leader europei avrebbero accompagnato il presidente ucraino Volodymyr Zelensky alla Casa Bianca, in un incontro organizzato dopo la riunione in Alaska tra Vladimir Putin e Donald Trump, da cui quest’ultimo è apparso influenzato. A Washington sarebbero stati presenti, oltre a Zelensky, Emmanuel Macron, Friedrich Merz, Keir Starmer, Giorgia Meloni, Ursula von der Leyen, Alexander Stubb e Mark Rutte. L’obiettivo era evitare nuovi attriti tra Trump e Zelensky, dopo il litigio del loro incontro di febbraio, e riavvicinare il presidente americano alle posizioni europee. Dopo l’incontro con Putin, Trump ha adottato dichiarazioni vicine alla Russia, escludendo la restituzione della Crimea e l’ingresso dell’Ucraina nella NATO. Inoltre ha cambiato posizione sul cessate il fuoco, inizialmente sostenuto dall’Europa, dichiarandosi favorevole a negoziati immediati, senza fermare i combattimenti, favorendo così l’offensiva russa. Secondo i media, Trump sarebbe disposto a partire dalla proposta avanzata da Putin, che prevede la cessione da parte di Kiev dell’intero Donbas e il mantenimento dei territori occupati fuori da esso, in cambio della promessa di Mosca di porre fine alla guerra. Queste condizioni sono considerate irricevibili dall’Ucraina, la cui Costituzione vieta la cessione di territori, e diversi funzionari hanno definito la posizione americana una “resa”. Nel frattempo, i leader europei hanno cercato di ammorbidire Trump con dichiarazioni concilianti, come quelle del premier britannico Keir Starmer. Parallelamente, è tornato centrale il tema delle garanzie di sicurezza da offrire a Kiev dopo la fine del conflitto, che potrebbero includere armi o contingenti militari. Una riunione online tra Francia, Germania e Regno Unito era prevista domenica per coordinare il sostegno all’Ucraina. Nel frattempo, però, il capo dello staff di Zelensky, Andriy Yermak, ha denunciato la diffusione di un video in cui un veicolo blindato russo attacca esponendo sia la bandiera russa che quella statunitense. Secondo Yermak, Mosca utilizza simboli americani nella sua guerra di aggressione.
Come detto, l’incontro è avvenuto lunedì. Le riunioni hanno avuto un clima più disteso rispetto alla precedente visita di Zelensky, quando i rapporti si erano incrinati. Questa volta i due leader si sono mostrati cordiali e amichevoli, con Zelensky che ha adottato un atteggiamento più pacato. I temi centrali sono stati un possibile cessate il fuoco, un accordo di pace e le garanzie di sicurezza per l’Ucraina. Trump si è dichiarato contrario a un cessate il fuoco, preferendo puntare direttamente a un accordo di pace, posizione opposta a quella di Zelensky e dei leader europei, i quali hanno insistito sulla necessità di fermare i combattimenti prima di avviare negoziati. Nonostante lunghe discussioni, sulle garanzie di sicurezza non sono stati annunciati piani concreti. Trump ha detto che l’Europa dovrebbe essere la «prima linea di difesa» dell’Ucraina, con gli Stati Uniti in un ruolo di «coordinamento». Le ipotesi discusse negli ultimi mesi comprendono forniture di armi, intelligence militare e un modello simile all’articolo 5 NATO, fino alla possibilità di invio di truppe, opzione che divide i paesi occidentali: più aperta la Francia, contraria l’Italia. Al termine, Trump ha parlato al telefono con Putin e ha proposto un futuro incontro a tre con Zelensky. Quest’ultimo si è detto disponibile, mentre la Russia non ha commentato. Sarebbe il primo incontro diretto tra Putin e Zelensky dal 2019, ma resta incerta la reale concretezza della proposta. Zelensky, che in passato aveva rifiutato il completo in segno di protesta, si è presentato con un abito nero senza cravatta dello stilista ucraino Viktor Anisimov, ricevendo apprezzamenti anche da Trump. Nel contesto dell’incontro, nello Studio Ovale è stata esposta una grande mappa dell’Ucraina con le zone occupate dalla Russia: Zelensky l’ha ringraziato ironicamente, pur contestandone le percentuali. L’atmosfera con i leader europei è stata segnata da un intenso scambio di lodi reciproche: diversi Capi di Stato hanno elogiato Trump, che ha ricambiato con apprezzamenti, tra cui quelli al presidente finlandese Alexander Stubb. Lo stesso Trump ha mostrato loro una collezione di cappellini con slogan controversi.
Non è tutto. Martedì Donald Trump ha dichiarato in un’intervista a Fox News che gli Stati Uniti non invieranno soldati in Ucraina come parte delle “garanzie di sicurezza” internazionali. La portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt ha confermato la posizione di Trump, che ha però accennato a un possibile supporto aereo agli alleati europei, senza chiarire se limitato all’intelligence o esteso all’impiego di velivoli militari. Alcuni paesi della cosiddetta “coalizione di volenterosi”, guidata da Francia e Regno Unito, hanno invece considerato più esplicitamente l’invio di militari in Ucraina con compiti logistici o di addestramento. Le discussioni sulle garanzie di sicurezza restano per ora vaghe e potrebbero concretizzarsi solo nell’ambito di future trattative di pace.
Tuttavia, il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov ha smentito quello che Donald Trump aveva presentato come il principale risultato dei suoi negoziati con Vladimir Putin: le presunte garanzie di sicurezza per l’Ucraina. Trump e il suo capo negoziatore Steve Witkoff avevano parlato di una concessione russa che avrebbe permesso all’Occidente di difendere l’Ucraina, arrivando persino a ipotizzare un coinvolgimento diretto di truppe europee e supporto aereo statunitense. Lavrov ha però chiarito che la Russia non ha mai accettato nulla di simile, sostenendo invece che Mosca intende ottenere un diritto di veto in un comitato di paesi garanti della sicurezza ucraina, insieme a Stati Uniti, Regno Unito, Francia e Cina. Un meccanismo di questo tipo renderebbe inefficaci le garanzie, poiché la Russia, pur essendo l’aggressore, potrebbe bloccare ogni decisione a favore di Kiev. La distanza tra le posizioni russe e quelle di Ucraina e Occidente appare dunque ancora molto ampia. Secondo Lavrov, Mosca mantiene le stesse condizioni avanzate nel 2022, che portarono al fallimento dei precedenti negoziati. Già dopo l’incontro di Ferragosto con Trump, Putin aveva insistito sul fatto che la guerra potrà concludersi solo eliminando “la radice del problema”, riferendosi all’indipendenza ucraina. Infine, Lavrov ha ridimensionato anche un altro annuncio di Trump, cioè quello di un imminente incontro trilaterale con Putin e Zelensky. Pur definito dall’amministrazione statunitense come in fase di preparazione, Mosca non ha confermato e Lavrov ha parlato della necessità di una “preparazione attenta”, lasciando intendere che non avverrà presto. Come spesso fa Putin, anche Lavrov evita di pronunciare il nome di Zelensky, riferendosi a lui con espressioni sprezzanti.
🇮🇱 ISRAELE-HAMAS: CESSATE IL FUOCO ANCORA LONTANO, CARESTIA ACCERTATA A GAZA, NUOVE COLONIE IN CISGIORDANIA

2) Andiamo adesso a Gaza. Il governo israeliano guidato da Benjamin Netanyahu sta conducendo da settimane una campagna mediatica per negare l’esistenza di carestia e grave malnutrizione a Gaza. Netanyahu e l’esercito israeliano sostengono che le notizie sulla fame siano «bugie di Hamas» diffuse per ottenere vantaggi nei negoziati, e che la crisi alimentare sia un problema di comunicazione. In una conferenza stampa, Netanyahu ha mostrato immagini di bambini palestinesi emaciati con la scritta «Falsi Bambini Malnutriti», affermando che Israele ha sempre evitato crisi umanitarie, mentre Hamas le avrebbe create deliberatamente. L’esercito ha inoltre dichiarato che alcune foto circolate raffiguravano bambini con malattie croniche preesistenti. Medici come la pediatra israeliana Michal Feldon hanno però sottolineato che queste condizioni non escludono la malnutrizione, anzi rendono i bambini più vulnerabili alla mancanza di cibo. La crisi alimentare è stata aggravata dal blocco quasi totale degli ingressi di beni essenziali imposto da Israele tra marzo e maggio, e dalla distribuzione limitata gestita dalla Gaza Humanitarian Foundation. Le condizioni di fame sono state confermate da agenzie e organizzazioni internazionali: l’IPC ha parlato di carestia imminente, l’UNICEF ha rilevato il 9% di malnutrizione grave tra i bambini sotto i cinque anni, e il ministero della Salute di Gaza ha registrato 251 morti per fame, di cui 108 bambini. Le notizie sulla carestia hanno spinto vari governi occidentali a prendere misure contro Israele, inclusa la Germania che ha sospeso in parte la vendita di armi. Perfino l’alleato statunitense Donald Trump ha smentito Netanyahu, riconoscendo l’esistenza di «una vera carestia» a Gaza. Tuttavia, l’Integrated Food Security Phase Classification (IPC) ha confermato per la prima volta la presenza di una carestia in corso a Gaza, con il rischio che si estenda a Deir al Balah e Khan Yunis. La situazione, classificata al livello 5, il più grave della scala, riguarda oltre mezzo milione di persone e potrebbe entro un mese colpire un terzo dei circa 2 milioni di abitanti della Striscia, mentre 1,14 milioni si troverebbero nella fase immediatamente precedente alla carestia. L’IPC, che riunisce 21 organizzazioni internazionali tra cui agenzie ONU, ha definito questo deterioramento delle condizioni il peggiore registrato dall’inizio del monitoraggio a Gaza. Secondo il rapporto, la crisi è interamente causata dall’uomo e può essere fermata, in riferimento alle restrizioni israeliane all’ingresso di cibo e beni essenziali. La città di Gaza, finora relativamente risparmiata dai bombardamenti, è ora sotto minaccia di completa occupazione da parte dell’esercito israeliano. L’IPC non può dichiarare ufficialmente la carestia, competenza riservata a governi o Nazioni Unite, ma la conferma odierna potrebbe spingerle a farlo. In passato l’IPC aveva riconosciuto carestie solo in Somalia (2011) e in Sudan del Sud (2017 e 2020). Secondo i suoi criteri, la carestia è confermata quando una famiglia su cinque non ha accesso al cibo, il 30% dei bambini è gravemente malnutrito e si registrano quotidianamente morti legate alla fame.
Intanto, in settimana le organizzazioni delle famiglie degli ostaggi detenuti da Hamas hanno indetto una giornata di sciopero generale e manifestazioni contro la decisione del governo di espandere le operazioni militari a Gaza, chiedendo un cessate il fuoco che porti alla liberazione dei prigionieri. Secondo gli organizzatori, in tutto il paese hanno partecipato circa due milioni e mezzo di persone, con le proteste più grandi a Tel Aviv, dove le sirene sono suonate per un missile lanciato dallo Yemen, poi intercettato. Le prime manifestazioni sono iniziate alle 6:29 del mattino, con blocchi stradali e autostradali, tra cui quello dell’Autostrada 1, bloccata con copertoni incendiati. In serata circa 300mila persone hanno raggiunto la piazza intitolata agli ostaggi di Tel Aviv, mentre altri gruppi hanno protestato davanti alla sede del Likud e alle abitazioni di ministri del governo Netanyahu. Sono stati organizzati anche incontri pubblici con le famiglie degli ostaggi, mostre fotografiche e momenti di preghiera; numerosi negozi, media e università hanno aderito allo sciopero. Lo sciopero è stato promosso dal Consiglio d’ottobre, insieme a gruppi antigovernativi, mentre il Forum degli Ostaggi ha annunciato un accampamento al confine con Gaza. Israele stima che a Gaza restino 50 ostaggi, di cui solo 20 ancora vivi. Parallelamente, a Haifa ci sono state proteste contro l’arresto della 19enne obiettrice di coscienza Yona Roseman. Il governo ha dispiegato migliaia di poliziotti e arrestato almeno 30 persone, mentre un parlamentare del Likud ha definito i manifestanti «riottosi che sostengono Hamas». Intanto Israele ha intensificato i bombardamenti nel nord di Gaza, colpendo anche l’ospedale al Ahli, dove sono morte almeno sette persone.
L’aggiornamento principale consiste in una nuova proposta di cessate il fuoco presentata al Cairo dai mediatori di Qatar ed Egitto e accettata da Hamas. Il piano prevede una tregua iniziale di 60 giorni per avviare negoziati e il rilascio di 49 ostaggi israeliani in due fasi: nella prima, 10 vivi e 18 morti; nella seconda, 12 vivi e 9 morti. L’obiettivo finale sarebbe arrivare a un accordo quadro per una tregua permanente con garanzie internazionali. Hamas ha discusso la proposta con i propri leader e le altre fazioni palestinesi, compresa la Jihad islamica, che ha confermato la disponibilità a procedere in questo schema. Ma da Israele la risposta è stata fredda. Netanyahu ha ribadito di non essere interessato a intese parziali e che accetterà solo se Hamas rilascerà tutti gli ostaggi insieme, si disarmerà e consentirà la smilitarizzazione della Striscia. Il ministro Itamar Ben Gvir ha minacciato di lasciare il governo se si procederà con un accordo parziale, ricordando che Netanyahu non avrebbe il mandato per farlo. A sostegno della linea dura israeliana è intervenuto anche Donald Trump, che ha affermato che gli ostaggi torneranno solo dopo la distruzione di Hamas. Parallelamente, l’esercito israeliano ha approvato il piano per occupare Gaza City: evacuazione della popolazione in due mesi, poi accerchiamento e conquista della città. Netanyahu e il ministro della Difesa Katz hanno sottolineato che Hamas sta mostrando apertura ai negoziati solo perché teme l’offensiva militare israeliana sul cuore del suo potere.
Sul campo, l’esercito israeliano ha iniziato il 20 agosto a richiamare circa 60 mila riservisti per l’operazione “Carri di Gedeone II”, finalizzata all’occupazione della città di Gaza. Israele controlla già il 75% della Striscia, ma aveva finora evitato le aree ancora libere, dove si concentrano civili sfollati e possibili ostaggi. Il piano, che prevede di mobilitare fino a 130 mila militari entro i prossimi mesi, comprende lo spostamento forzato dei civili verso nuovi campi profughi a sud, in zone già sovraffollate. L’operazione inizierà con l’evacuazione della popolazione, seguita dall’accerchiamento e dall’occupazione graduale della città, e potrebbe proseguire fino al 2026. La decisione contrasta con i negoziati in corso per un cessate il fuoco mediato da Stati Uniti, Egitto e Qatar, accolto da Hamas ma su cui Israele non si è ancora espresso. Intanto, le famiglie degli ostaggi israeliani temono per la loro sicurezza, ricordando episodi passati con esiti tragici. Il piano, già approvato dal ministro della Difesa, attende solo il via libera formale del gabinetto di sicurezza.
Come se non bastasse, il governo israeliano ha approvato definitivamente il progetto E1, che prevede la costruzione di una nuova colonia in Cisgiordania, destinata a dividere il territorio in due. Il piano consiste nell’espansione della colonia di Maale Adumim con oltre 3.400 nuove abitazioni, collegandola a Gerusalemme Est, territorio palestinese occupato da Israele dal 1967. In questo modo si creerà una linea continua di insediamenti israeliani che interromperà le principali vie di collegamento nord-sud, separando i centri palestinesi di Ramallah, Gerusalemme Est e Betlemme. Il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich ha dichiarato che l’obiettivo è rendere impossibile la nascita di uno stato palestinese, cancellandolo “con le azioni e non con gli slogan”. Attualmente in Cisgiordania vivono circa 700 mila coloni israeliani, ma il governo Netanyahu punta a raggiungere il milione. Il progetto, proposto già negli anni Novanta, era stato bloccato in passato per l’opposizione di Stati Uniti ed Europa, preoccupati per l’impatto sul processo di pace. Finora l’amministrazione statunitense guidata da Donald Trump non ha reagito all’annuncio.
🇧🇴 BOLIVIA: LA SINISTRA PERDE LE ELEZIONI DOPO 20 ANNI. IL BALLOTTAGGIO AVRÀ LUOGO IL 19 OTTOBRE

3) Per la prima volta dopo vent’anni, la Bolivia non avrà un presidente di sinistra. Al primo turno delle presidenziali, con il 90% delle schede scrutinate, i più votati sono stati il centrista Rodrigo Paz Pereira (32%) e l’ex presidente di destra Jorge Quiroga (27%), che andranno al ballottaggio del 19 ottobre. La sinistra, divisa, è rimasta fuori: il Movimiento al Socialismo (Mas), al potere dal 2006, ha subito un forte calo di consensi per la crisi economica e le tensioni tra l’attuale presidente Luis Arce ed Evo Morales, escluso per il limite dei mandati ma ancora influente. È la prima volta nella storia recente che si ricorre al ballottaggio: in passato era il parlamento a scegliere il presidente in mancanza di maggioranza. La vittoria di Paz è stata sorprendente, dato che all’inizio della campagna aveva solo il 2% e nei sondaggi era terzo. Figlio dell’ex presidente Jaime Paz Zamora, ha raccolto voti sia da elettori delusi del Mas sia da conservatori. La sua campagna, condotta insieme al vicepresidente designato Edman Lara Montaño, ex poliziotto noto sui social per denunce di corruzione, si è incentrata sulla lotta contro la corruzione e sulla redistribuzione dei fondi statali. Ha già ottenuto l’appoggio del centrista Samuel Doria Medina, arrivato terzo con circa il 20%. Quiroga, politico esperto e già presidente ad interim tra il 2001 e il 2002, si candida per la quarta volta. Propone austerità economica, eliminazione dei sussidi sul carburante, privatizzazioni e accordi con multinazionali sul litio. Ha basato la sua campagna sull’idea di voltare pagina rispetto ai “vent’anni perduti” del Mas e punta a riallacciare rapporti con Stati Uniti e Unione Europea, prendendo le distanze da Cuba, Venezuela e Nicaragua. I candidati di sinistra hanno ottenuto risultati deludenti: Eduardo del Castillo, candidato ufficiale del Mas ed ex ministro, si è fermato al 3%, mentre Andrónico Rodríguez, presidente uscente del Senato ed ex delfino di Morales, è arrivato quarto. Morales aveva invitato i suoi sostenitori a votare nullo, e i voti nulli hanno raggiunto quota 1,2 milioni (19%), contro una media storica del 5%. Anche alle parlamentari il Mas ha perso terreno: finora ha conquistato solo un seggio alla Camera e nessuno al Senato, mentre nel parlamento uscente aveva la maggioranza assoluta. I risultati restano preliminari: il Tribunale elettorale diffonderà quelli ufficiali entro una settimana, dopo la conclusione dello scrutinio manuale.
📺 IL MONDO DELLO SPETTACOLO IN LUTTO: MUORE PIPPO BAUDO. L’ICONA DELLA TELEVISIONE ITALIANA AVEVA 89 ANNI

4) Chiudiamo con una (tragica) notizia di spettacolo. Pippo Baudo, tra i più importanti conduttori della televisione italiana, è morto a 89 anni. Nato nel 1936 a Militello in Val di Catania, figlio di un avvocato e di una casalinga, aveva iniziato giovanissimo come intrattenitore e pianista in teatri locali, laureandosi in Giurisprudenza prima di scegliere la carriera artistica. Debuttò in Rai nel 1956 e negli anni Sessanta si affermò con programmi musicali e varietà, tra cui Settevoci (1966-1970). Il suo primo Festival di Sanremo fu nel 1968, dove vinsero Sergio Endrigo e Roberto Carlos, e da allora condusse tredici edizioni, diventando volto familiare e simbolo della tv italiana insieme a Mike Bongiorno e Corrado. Negli anni Settanta fu alla guida di Canzonissima, diversi quiz e poi di Domenica In, che lo consacrò come conduttore di punta della Rai. Negli anni Ottanta condusse Fantastico, rilanciandolo dopo un periodo di crisi, e scoprì e lanciò numerosi talenti, tra cui Lorella Cuccarini, Fiorello, Roberto Benigni e Beppe Grillo. Baudo è ricordato anche per aver contribuito alla carriera di cantanti come Al Bano, Massimo Ranieri, Anna Oxa, Eros Ramazzotti, Laura Pausini e Andrea Bocelli. Fu per breve tempo a Mediaset, come direttore artistico di Canale 5, ma tornò presto in Rai, dove negli anni Novanta condusse cinque edizioni consecutive di Sanremo (1992-1996), stabilendo record di ascolti. Nel 1991 subì un attentato da parte di Cosa Nostra durante una puntata del Maurizio Costanzo Show. Negli anni Duemila tornò altre quattro volte a Sanremo, fino all’ultima edizione del 2008 con Piero Chiambretti. Continuò a presentare Domenica In fino al 2017 e rimase in tv fino agli anni Dieci, con le ultime apparizioni nel 2024. Considerato un pilastro della cultura popolare italiana, il suo stile rassicurante, la capacità di scoprire talenti e la lunga carriera lo hanno reso uno dei personaggi più rappresentativi della storia della televisione italiana.
——————–
Poche brevi questa settimana (che siano tutti in vacanza?) 👇
👥La Camera dei deputati del Texas ha approvato con 88 voti favorevoli e 52 contrari una legge che ridisegna i confini dei collegi elettorali a favore dei Repubblicani, dopo settimane di proteste e l’abbandono temporaneo dello stato da parte di oltre 50 deputati democratici per impedire il quorum. Il provvedimento, ora atteso al Senato e alla firma del governatore Greg Abbott, introduce cinque nuovi collegi con maggioranza repubblicana, che potrebbero portare i seggi del partito texano alla Camera federale da 25 a 30 sui 38 totali. La legge è sostenuta anche da Donald Trump, poiché i nuovi seggi potrebbero risultare decisivi alle elezioni di metà mandato del 2026. La pratica del “redistricting” è comune negli Stati Uniti e mira a influenzare gli equilibri elettorali. La protesta democratica in Texas ha avuto eco nazionale: la California voterà una legge simile ma a vantaggio dei Democratici, creando cinque nuovi collegi favorevoli, soggetti però a referendum popolare. Altri stati, tra cui Indiana, Missouri, Florida, Maryland e Illinois, potrebbero seguire lo stesso percorso, anticipando le modifiche solitamente effettuate dopo il censimento decennale.
🇺🇸 Gli Stati Uniti hanno inviato tre cacciatorpedinieri verso le coste del Venezuela per una non meglio precisata operazione militare contro i cartelli della droga, riferiscono fonti anonime a Reuters e Associated Press. Le navi USS Gravely, USS Dunham e USS Sampson dovrebbero arrivare entro mercoledì sera. L’iniziativa rientrerebbe nelle direttive dell’amministrazione Trump, che da tempo accusa vari paesi latinoamericani, tra cui il Venezuela, di non contrastare adeguatamente il narcotraffico. A febbraio, Washington aveva classificato come terroristiche alcune organizzazioni criminali della regione, tra cui Tren de Aragua e Cártel de los Soles, e recentemente ha alzato a 50 milioni di dollari la ricompensa per informazioni sull’arresto del presidente Nicolás Maduro, accusato di legami con il contrabbando. Secondo Reuters, l’operazione statunitense in America Latina dovrebbe durare mesi, coinvolgere 4mila militari, aerei di ricognizione e un sottomarino. Maduro ha risposto attivando 4 milioni di riservisti della Milicia Nacional, da impiegare in caso di necessità.
📱 Dal 19 agosto entra in vigore la prima parte delle nuove regole dell’AGCOM contro le chiamate promozionali indesiderate. Gli operatori telefonici dovranno applicare filtri per bloccare lo “spoofing”, pratica con cui i call center falsificano i numeri presentandosi con prefissi italiani pur chiamando dall’estero. Lo spoofing rende inoltre impossibile risalire all’origine della chiamata, poiché vengono usati numeri temporanei che risultano inattivi se richiamati. Le nuove norme prevedono da subito il blocco dei finti numeri fissi con prefisso italiano, mentre dal 19 novembre scatterà l’obbligo anche per i cellulari. Restano esclusi i numeri italiani realmente in roaming. In caso di violazioni, le sanzioni variano da 50mila a un milione di euro. La delibera contiene anche istruzioni tecniche per l’attuazione dei filtri e misure per una maggiore trasparenza nelle comunicazioni commerciali. Resta però il dubbio sull’efficacia, poiché il Registro pubblico delle opposizioni, attivo dal 2022, non ha impedito l’aumento delle telefonate indesiderate.
Alla prossima 👋



Commento all'articolo
Devi essere connesso per inviare un commento.