Crisi migratoria a Ceuta, enclave spagnola in Marocco. | Violenze tra coloni, esercito israeliano e palestinesi in Cisgiordania. | Nuovi bombardamenti tra Iran e USA.
Questa settimana è riassumibile con una sola parola: caos.
Premesso che ogni cosa scritta all’interno di questo post è assolutamente in via di sviluppo (abbiamo novità ogni 10 nanosecondi), proviamo a fare ordine. 7 giorni caotici appunto, tra frontiere violate, guerre che non si fermano, varie ed eventuali. Non mancano come sempre delle ricchissime brevi.
Direi di non perdere altro tempo 👇
🇪🇦 CRISI MIGRATORIA A CEUTA: OLTRE 50MILA INGRESSI DAL MAROCCO, DECINE DI MORTI E TENSIONI POLITICHE IN EUROPA

1) L’enclave spagnola di Ceuta, territorio dell’Unione Europea situato sulla costa settentrionale del Marocco e abitato da circa 83mila persone, è stata travolta da un eccezionale afflusso di migranti: in poco più di 24 ore tra 50mila e 60mila persone hanno attraversato il confine, un numero pari a circa il 70% della popolazione della città. Migliaia di persone hanno superato o abbattuto le barriere di confine, mentre altre hanno raggiunto Ceuta a nuoto partendo dalle coste marocchine, spesso affrontando traversate di diversi chilometri. L’emergenza ha provocato una grave crisi umanitaria, mettendo rapidamente al collasso il sistema di accoglienza locale: migliaia di migranti, tra cui numerosi minori non accompagnati, hanno trascorso la notte in parchi e marciapiedi, mentre le autorità spagnole hanno dispiegato migliaia di soldati e rinforzi di polizia per ristabilire l’ordine e accelerare i rimpatri. Nel frattempo, circa 37mila persone sono rientrate volontariamente o sono state riaccompagnate in Marocco attraverso il valico di Tarajal, ma migliaia di migranti sono rimasti nella città e nuovi tentativi di ingresso hanno interessato anche Melilla, l’altra enclave spagnola in Nord Africa, dove si sono verificati scontri con la polizia.
La tragedia ha avuto anche un pesante bilancio umano. Le autorità spagnole hanno recuperato i corpi di 57 migranti, mentre decine di persone risultano ancora disperse e il numero delle vittime potrebbe aumentare. Molti sono annegati durante la traversata, altri sono morti nella calca formatasi presso il frangiflutti e il posto di frontiera di Tarajal. Sul lato marocchino, le forze di sicurezza hanno cercato di fermare le partenze utilizzando lacrimogeni, idranti e colpi di avvertimento, mentre successivamente hanno intensificato i controlli anche nelle principali città del paese per impedire ad altre persone di raggiungere il confine settentrionale.
Le cause dell’afflusso di massa restano in parte poco chiare. Alcuni migranti hanno spiegato di essere partiti principalmente per la mancanza di lavoro e di prospettive economiche in Marocco, mentre altri hanno sostenuto di essere stati incoraggiati dalle stesse forze di sicurezza marocchine a dirigersi verso Ceuta. Madrid ha invece collegato l’ondata migratoria a una recente sentenza della Corte Suprema spagnola, secondo cui i migranti intercettati mentre raggiungono Ceuta o Melilla via mare non possono essere immediatamente rimpatriati: secondo il governo di Pedro Sánchez, le reti dei trafficanti avrebbero diffuso un’interpretazione distorta della decisione giudiziaria, convincendo migliaia di persone a partire. Diverse organizzazioni e attivisti marocchini hanno però contestato questa spiegazione, ritenendo improbabile che la maggior parte dei migranti fosse a conoscenza della sentenza. Il governo spagnolo ha inoltre chiarito che quella decisione non si applica agli ingressi avvenuti negli ultimi giorni e ha annunciato un accordo con il Marocco per velocizzare i rimpatri. Va anche detto che alcune fonti interne al governo spagnolo hanno smentito come potenziale causa dell’afflusso una ritorsione per il recente incontro tra Sánchez e l’Algeria, rivale regionale del Marocco.
Il primo ministro spagnolo Pedro Sánchez, giunto personalmente a Ceuta, ha definito quanto accaduto una violazione dell’integrità territoriale della Spagna, attribuendo la responsabilità alle organizzazioni criminali che gestiscono il traffico di esseri umani e che, secondo lui, hanno ingannato migliaia di giovani conducendoli verso una situazione estremamente pericolosa. L’emergenza ha però assunto rapidamente anche una forte dimensione politica. Sánchez, che negli ultimi mesi aveva promosso una delle politiche migratorie più aperte d’Europa, consentendo a centinaia di migliaia di migranti già presenti nel paese di regolarizzare la propria posizione, è stato duramente attaccato dall’opposizione conservatrice, che lo ha accusato di aver favorito indirettamente l’afflusso. Il governo ha respinto questa ricostruzione, sostenendo che non esista alcun legame tra la politica di regolarizzazione e gli eventi di Ceuta.
La crisi ha avuto ripercussioni anche sul piano internazionale. La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha definito «inaccettabili» le immagini provenienti da Ceuta, ribadendo la necessità di fermare le traversate illegali, smantellare le reti dei trafficanti e applicare rapidamente i rimpatri previsti dalle norme europee. Diversi paesi, tra cui la Germania, hanno offerto sostegno alla Spagna nella gestione dell’emergenza. Al contrario, numerosi governi e partiti della destra europea e internazionale hanno utilizzato la vicenda per rilanciare il tema dell’immigrazione irregolare: il Ministero dell’Interno italiano ha disposto la chiusura delle frontiere marittime e aeree con la Spagna dopo le più recenti valutazioni emerse dal Comitato Analisi sull’Immigrazione e Sicurezza delle Frontiere, presieduto dal ministro Matteo Piantedosi al Viminale. Inoltre, dopo un confronto telefonico tra Piantedosi e il ministro dell’Interno francese Laurent Nuñez, Italia e Francia hanno concordato un rafforzamento dei controlli lungo il confine terrestre, attraverso gli accordi di collaborazione già esistenti tra le rispettive forze di polizia. Anche il presidente statunitense Donald Trump e altri esponenti della destra europea hanno citato la crisi di Ceuta come esempio dei rischi legati all’immigrazione incontrollata.
🇮🇱 CISGIORDANIA: ESCALATION DI VIOLENZE TRA COLONI, PALESTINESI ED ESERCITO ISRAELIANO. MA FORSE C’È UN ACCORDO

2) La Cisgiordania è teatro di una nuova e grave escalation di violenze dopo gli scontri avvenuti a Tal, nei pressi di Nablus, dove un’incursione di coloni israeliani armati in Area A – zona sotto amministrazione palestinese in cui, secondo gli Accordi di Oslo, i civili israeliani non dovrebbero entrare – è degenerata in una sparatoria costata la vita a quattro palestinesi e due israeliani. Secondo l’esercito israeliano, un palestinese avrebbe sottratto il fucile a un colono e aperto il fuoco, ma le immagini disponibili non chiariscono chi abbia ucciso i due israeliani; un soldato israeliano ha quindi sparato contro i palestinesi, uccidendone quattro, mentre altri due sono stati arrestati. L’episodio ha innescato una vasta operazione militare israeliana in almeno dieci città e villaggi della Cisgiordania, con perquisizioni, interrogatori e decine di arresti, oltre alla chiusura degli accessi a Nablus e all’imposizione del coprifuoco in diversi centri. Parallelamente, gruppi di coloni hanno intensificato gli attacchi contro comunità palestinesi come Far’ata, Surra, Jit, Iraq Burin, Madama, Urif, Sarta, Immatin, Umriha e Masafer Yatta, incendiando abitazioni, automobili, campi coltivati e uliveti, lanciando pietre e sparando contro i residenti. La presidenza dell’Autorità Nazionale Palestinese ha inoltre denunciato un’operazione dell’esercito all’ospedale di Nablus, dove sarebbero stati minacciati operatori sanitari e arrestate due persone. Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha ordinato di intensificare le operazioni militari, demolire le abitazioni dei palestinesi ritenuti coinvolti negli scontri, aumentare i checkpoint e trasferire truppe da Gaza e dal Libano verso la Cisgiordania, mentre le incursioni dei coloni, sempre più frequenti, continuano ad alimentare la tensione in vista delle prossime elezioni israeliane.
Nel frattempo, l’esercito israeliano sta trasformando la propria presenza nella Striscia di Gaza in un’occupazione sempre più stabile attraverso la costruzione di un terrapieno fortificato, affiancato da un fossato e da postazioni militari permanenti, che segue in gran parte la cosiddetta “linea gialla”, il limite oltre il quale avrebbe dovuto ritirarsi secondo il cessate il fuoco dell’ottobre 2025. Gli accordi prevedevano un ritiro progressivo dell’esercito nelle fasi successive, accompagnato dallo scambio di ostaggi e prigionieri, dall’avvio della ricostruzione, dal disarmo di Hamas e dalla nascita di un’amministrazione palestinese di transizione, ma la seconda fase non è mai stata realmente attuata. Israele giustifica il mantenimento delle proprie truppe con il mancato disarmo di Hamas, mentre il movimento palestinese sostiene che la consegna delle armi possa avvenire solo dopo il completo ritiro israeliano. Nel frattempo, l’area controllata dall’esercito è aumentata da circa il 53% previsto dagli accordi a oltre il 60% della Striscia, con l’obiettivo dichiarato dal governo di arrivare al 70%. Nelle zone occupate sono stati demoliti edifici, infrastrutture e terreni agricoli per fare spazio ad avamposti militari, mentre il nuovo terrapieno – già esteso per circa 23 chilometri e in alcuni punti costruito oltre la linea originaria, soprattutto nelle aree di Rafah e Khan Yunis – indica la volontà di trasformare questo limite in un confine permanente. La popolazione palestinese continua a vivere quasi interamente in campi per sfollati, con la ricostruzione mai avviata, gli aiuti controllati da Israele e oltre mille palestinesi uccisi dall’inizio del cessate il fuoco dopo essersi avvicinati alle aree presidiate dall’esercito. Diversi esponenti del governo israeliano hanno inoltre ribadito l’intenzione di mantenere una presenza a tempo indeterminato nella Striscia, mentre il ministro della Difesa Israel Katz ha parlato di favorire una “migrazione volontaria” dei palestinesi fuori da Gaza e il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich ha annunciato progetti per nuovi avamposti israeliani nel nord del territorio.
Tuttavia, è di oggi la notizia data dal presidente statunitense Donald Trump, che ha annunciato che Hamas avrebbe accettato un accordo per il proprio disarmo, definendolo un passaggio storico verso la conclusione della guerra e attribuendone la mediazione al Board of Peace, organismo creato dagli Stati Uniti per seguire il processo di pace e la ricostruzione della Striscia di Gaza. Hamas ha confermato l’esistenza di un’intesa, ma ha precisato che il disarmo non sarà immediato né avverrà sotto controllo israeliano: dovrà invece inserirsi in un processo più ampio che includa il ritiro delle forze israeliane, l’attuazione della seconda fase del cessate il fuoco, la ricostruzione di Gaza e la definizione di un nuovo sistema di autogoverno palestinese. Il piano prevederebbe una fase transitoria durante la quale le armi del movimento verrebbero poste sotto controllo e le strutture militari progressivamente smantellate, ma restano irrisolti aspetti fondamentali come le modalità di verifica, i tempi di attuazione e il soggetto incaricato della supervisione. Secondo Ghazi Hamad, membro della delegazione negoziale di Hamas, il processo dovrebbe essere gestito dal Comitato nazionale per l’amministrazione di Gaza (NCAG), destinato a governare la Striscia nella fase postbellica, ma serviranno ancora almeno due settimane, probabilmente di più, per definire i dettagli operativi. Israele, che considera da sempre il disarmo di Hamas una condizione imprescindibile per la fine del conflitto, non ha ancora espresso una posizione ufficiale sull’annuncio di Trump e continua a manifestare forti dubbi sulla reale disponibilità del movimento palestinese a rinunciare alle proprie capacità militari.
🇮🇷 GUERRA TRA STATI UNITI E IRAN: RIPRENDONO I BOMBARDAMENTI, CRESCE LA TENSIONE IN GIORDANIA E NEL GOLFO

3) Gli Stati Uniti hanno accusato l’Iran di aver violato la recente tregua dopo il lancio di missili balistici contro una base militare statunitense in Giordania, tutti intercettati dal comando americano CENTCOM senza causare vittime o danni. Si è trattato del primo attacco diretto iraniano contro forze statunitensi dopo la sospensione dei bombardamenti americani iniziati a giugno e interrotti nei giorni scorsi anche per la riduzione delle scorte di missili intercettori, secondo fonti statunitensi. Nella stessa notte, Stati Uniti e Arabia Saudita hanno condotto il primo attacco offensivo congiunto in Iraq dall’inizio del conflitto, colpendo milizie filo-iraniane accusate di aver preso parte ai recenti attacchi contro basi americane e infrastrutture saudite. L’escalation arriva dopo il fallimento dell’accordo preliminare firmato a giugno, che prevedeva una pausa di 60 giorni nei combattimenti ma è stato compromesso dalla nuova chiusura dello stretto di Hormuz da parte dell’Iran, che aveva riaperto le ostilità attaccando navi commerciali e obiettivi statunitensi e dei paesi del Golfo.
La crescente esposizione della Giordania, che ospita circa 4.000 militari statunitensi, sta inoltre alimentando un inedito dibattito interno sulla presenza americana nel paese. Dopo i recenti attacchi iraniani contro basi che ospitano truppe statunitensi, nei quali sono morti due soldati americani, centinaia di attivisti, giuristi e personalità pubbliche hanno firmato una lettera aperta chiedendo il ritiro delle forze statunitensi, sostenendo che la loro presenza esponga il paese a rischi militari, politici ed economici e possa trascinarlo in una guerra regionale. La protesta assume particolare rilievo in un paese dove la libertà di espressione è fortemente limitata. La leadership giordana continua a considerare strategica l’alleanza con Washington, che nel 2025 ha garantito ad Amman 1,65 miliardi di dollari in aiuti economici e militari, ma il governo sta cercando di ridurre le tensioni interne minimizzando pubblicamente il ruolo delle basi americane, definite formalmente installazioni giordane. Anche in Parlamento sono emerse divisioni, con proteste di numerosi deputati contro una proposta di esprimere cordoglio agli Stati Uniti per la morte dei due militari. Parallelamente, i Guardiani della Rivoluzione iraniani hanno cercato di sfruttare il malcontento sostenendo, senza prove verificabili, di aver ricevuto informazioni e sostegno da cittadini giordani per organizzare l’attacco, invitando la popolazione a espellere quella che hanno definito una “forza di occupazione americana”.
L’escalation è proseguita nella notte successiva, quando gli Stati Uniti hanno ripreso i bombardamenti contro l’Iran per la prima volta dopo la pausa di quasi due settimane, presentandoli come una ritorsione diretta per il lancio dei missili contro la base americana in Giordania. Secondo il CENTCOM, gli attacchi hanno colpito installazioni dei Guardiani della Rivoluzione, comprese postazioni di lancio di missili e droni e basi costiere nelle province di Hormozgan, dove si trova l’isola di Qeshm sullo stretto di Hormuz, e del Khuzestan, importante area petrolifera iraniana. Il presidente Donald Trump, che aveva anticipato una risposta “molto dura”, ha così abbandonato il precedente ottimismo sui negoziati, rimasti sostanzialmente bloccati e incapaci di ottenere la riapertura dello stretto di Hormuz. L’Iran ha reagito poche ore dopo bombardando il Kuwait, dove un attacco ha colpito un edificio utilizzato da un’azienda cinese causando la morte di un lavoratore. La ripresa delle ostilità conferma il definitivo fallimento della tregua negoziata a giugno e il ritorno a un confronto militare diretto tra Washington e Teheran, mentre continua la competizione per il controllo dello stretto di Hormuz, uno dei punti strategici più importanti per il commercio energetico mondiale.
🇩🇪 BERLINO, UCCISO DALLA POLIZIA IL SOSPETTO AUTORE DELL’ATTACCO AL PRIDE: ESCLUSA LA PRESENZA DI COMPLICI

4) Abdul Ballout, il 21enne sospettato di aver investito la folla durante il Christopher Street Day (CSD) di Berlino, è stato ucciso domenica sera dalla polizia tedesca durante un’operazione speciale nel quartiere di Spandau, nella parte occidentale della città. Secondo le autorità, gli agenti lo hanno individuato intorno alle 18 in un orto urbano e gli hanno sparato dopo che avrebbe tentato di aggredirli con un’arma da taglio; nonostante i tentativi di rianimazione dei soccorritori, Ballout è morto. La polizia ha successivamente dichiarato di non essere alla ricerca di eventuali complici. L’uomo era ricercato da sabato sera, quando aveva seminato il caos durante i festeggiamenti del Pride di Berlino, investendo con un minivan bianco numerose persone lungo l’Ahornsteig, una strada del parco Tiergarten che conduce alla Porta di Brandeburgo, prima di schiantarsi contro un albero; dopo essere sceso dal veicolo avrebbe poi ferito alcune persone con un machete e sarebbe fuggito a piedi. Nell’attacco una persona è morta e altre 29 sono rimaste ferite. La polizia aveva avviato una vasta operazione di ricerca con centinaia di agenti, fermando diverse persone ritenute potenzialmente collegate ai fatti o in possesso di informazioni utili, alcune delle quali sono state poi rilasciate. Le autorità avevano identificato Ballout come un cittadino tedesco di origine libanese, già noto alle forze dell’ordine e «associato alle idee islamiste»; il ministro dell’Interno tedesco Alexander Dobrindt aveva definito molto probabile la matrice di terrorismo islamista, mentre il sindaco di Berlino Kai Wegner aveva parlato di un «attacco alla nostra società libera e aperta». Secondo quanto riportato dai media tedeschi, Ballout avrebbe tentato in passato di unirsi allo Stato Islamico, senza riuscirci, e nel 2025 si sarebbe recato in Libano prima di essere arrestato al suo ritorno a Berlino. Era rimasto in detenzione preventiva fino allo scorso maggio, quando era stato rilasciato con l’obbligo di partecipare a un programma di de-radicalizzazione. L’attacco è avvenuto al termine di una giornata di celebrazioni del Christopher Street Day, l’evento che ricorda gli Stonewall Riots del 1969 a New York, considerati il primo grande episodio di protesta della comunità queer contro la polizia: alla manifestazione avevano partecipato centinaia di migliaia di persone, che sono state evacuate dall’area dopo l’attacco con l’invito a evitare il parco.
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Ecco le tanto attese brevi 👇
🇯🇵 Proseguono senza sosta in Giappone le operazioni di soccorso dopo il terremoto di magnitudo 6.8 che martedì ha colpito la prefettura di Kumamoto, sull’isola di Kyushu. Il bilancio aggiornato è di almeno 14 morti e 62 feriti, mentre i soccorritori continuano a cercare i dispersi tra gli edifici crollati. La situazione più critica riguarda un centro commerciale di Kumamoto, dove circa 200 persone erano state evacuate subito dopo la scossa principale, ma una successiva esplosione, sulle cui cause sono ancora in corso accertamenti, ha provocato il crollo del secondo piano intrappolando numerosi lavoratori. Nelle ultime ore sono state estratte vive otto persone, mentre due sono state recuperate senza vita; secondo i gestori della struttura risultano ancora tre dispersi. Gravi danni si registrano anche nel resto della prefettura: edifici e ponti hanno subito crolli o lesioni, mentre nella città di Yatsushiro il cedimento della ciminiera di uno stabilimento industriale ha coinvolto sette persone, con un bilancio finora di due morti e due sopravvissuti recuperati. La prima ministra Sanae Takaichi ha parlato di danni estesi, con incendi ancora attivi in alcune aree, annunciando l’evacuazione di circa 7.700 persone e l’invio di cibo e beni di prima necessità alle comunità colpite. Restano inoltre senza energia elettrica circa 37mila abitazioni e oltre 84mila utenze sono prive di acqua. Il sisma, avvenuto alle 16:30 locali con epicentro una decina di chilometri a sud di Kumamoto e ipocentro a 10 chilometri di profondità, aveva inizialmente fatto scattare un’allerta tsunami, successivamente revocata. L’area era già stata colpita nel 2016 da un terremoto di magnitudo 7 che causò oltre 270 vittime, confermando l’elevata esposizione sismica del Paese.
🇫🇷 I principali incendi boschivi in Spagna e Francia sono ora in gran parte sotto controllo, consentendo a molte delle circa 300mila persone evacuate negli ultimi giorni di rientrare nelle proprie abitazioni. In Spagna è terminata l’emergenza nazionale nelle regioni di Ávila e Madrid, anche se restano attivi altri roghi, in particolare nella zona di Zamora. In Francia gli incendi più gravi in Gironda sono stati contenuti, ma persistono focolai nell’ovest del Paese e un incendio nel dipartimento del Var ha ripreso vigore a causa del vento, causando nuove evacuazioni. Rimane elevato il rischio per l’ondata di calore, con 22 dipartimenti francesi in allerta arancione. La situazione più critica resta però in Grecia, dove gli incendi hanno già causato la morte di tre vigili del fuoco e costretto all’evacuazione di 8mila persone a Creta, oltre a nuove evacuazioni preventive nella periferia occidentale di Atene.
🇻🇪 A sei mesi dall’avvio della gestione statunitense delle esportazioni di petrolio venezuelano, resta senza spiegazione una differenza di almeno 10 miliardi di dollari tra gli incassi stimati e le somme che Caracas dichiara di aver ricevuto. Gli Stati Uniti, che controllano le vendite dopo la rimozione di Nicolás Maduro e l’insediamento di Delcy Rodríguez, sostengono di trattenere i fondi anche per proteggere il Venezuela dai creditori, ma il sistema è accusato di essere opaco e di consentire a Washington di esercitare una forte pressione politica sul governo locale. Economisti e osservatori denunciano l’assenza di rendicontazioni pubbliche e di trasparenza, mentre il paese, colpito anche dal devastante terremoto di giugno, continua a non mostrare segnali di ripresa economica nonostante l’aumento della produzione e del prezzo del petrolio.
🇸🇦 L’Arabia Saudita ha annunciato la creazione di un’alleanza difensiva marittima con altri 13 Paesi per proteggere la navigazione commerciale nello stretto di Bab el Mandeb, nel Mar Rosso e nel Golfo di Aden, aree strategiche per il commercio mondiale e il trasporto di risorse energetiche. L’iniziativa nasce dopo i recenti attacchi degli Houthi contro petroliere saudite e il blocco annunciato dal gruppo yemenita nei confronti delle navi del regno. L’alleanza, con sede a Riyad, prevede la condivisione di informazioni di intelligence e operazioni navali congiunte. L’Unione Europea ha scelto di non aderire, preferendo proseguire con la missione Aspides, già attiva nella tutela della libertà di navigazione nell’area.
🇺🇦 La crescente campagna di attacchi ucraini con droni contro infrastrutture e linee di rifornimento sta causando gravi disagi in Crimea, occupata dalla Russia dal 2014. Blackout prolungati, carenza d’acqua, difficoltà nelle comunicazioni e scarsità di carburante e beni di consumo stanno colpendo la popolazione, mentre il turismo è praticamente scomparso. Mosca minimizza la situazione, ma le autorità locali ammettono problemi definiti “temporanei” e gli abitanti denunciano sempre più spesso le interruzioni dei servizi. Gli attacchi prendono di mira anche le principali vie di rifornimento terrestri e marittime, alimentando le aspettative di una possibile offensiva contro il ponte di Kerch, simbolo del collegamento tra la Russia e la penisola.
🇮🇳 Il ministro dell’Istruzione indiano Dharmendra Pradhan si è dimesso dopo mesi di proteste guidate dal Partito degli scarafaggi, movimento nato tra gli studenti contro le irregolarità nel sistema degli esami nazionali. Le manifestazioni erano esplose dopo l’annullamento e la ripetizione del test di ammissione a Medicina per oltre due milioni di candidati a causa di una frode, trasformandosi nella più importante sfida al governo di Narendra Modi degli ultimi anni. Il leader del movimento, Abhijeet Dipke, ha annunciato la fine delle proteste dopo aver ottenuto, oltre alle dimissioni del ministro, l’accoglimento di richieste come risarcimenti alle famiglie degli studenti deceduti, l’immunità per i manifestanti e le scuse della polizia per la repressione.
🇨🇭 Il presidente del governo del Canton Ticino, Claudio Zali, è al centro di un grave scandalo dopo la diffusione di registrazioni audio in cui un uomo identificato come lui suggerisce di aggredire fisicamente una donna e afferma di averla già picchiata. Zali non ha smentito l’autenticità delle registrazioni e ha annunciato una denuncia. La sua posizione si è aggravata anche per un’indagine della procura ticinese per presunto abuso d’autorità, relativa a un presunto intervento per favorire un minorenne detenuto. Emergono inoltre precedenti tentativi di influenzare un’assunzione presso l’Ente ospedaliero cantonale, alimentando le polemiche politiche e portandolo a rinunciare temporaneamente alle deleghe su magistratura e polizia.
🚅 Violenti scontri hanno accompagnato la manifestazione No TAV in Val di Susa, dove circa 500 attivisti hanno assaltato i cantieri dell’alta velocità a Chiomonte e San Didero, incendiando strutture, mezzi delle forze dell’ordine e lanciando pietre e bombe carta. La polizia è intervenuta con lacrimogeni e idranti. Secondo i sindacati di polizia sono rimasti feriti almeno 60 agenti, mentre tra i manifestanti si contano una cinquantina di feriti non confermati ufficialmente, senza casi gravi. Gli scontri hanno provocato anche la chiusura temporanea dell’autostrada A32 e l’interruzione della linea ferroviaria Torino-Modane, con pesanti ripercussioni sulla circolazione.
⚽ La UEFA ha annunciato che le federazioni europee boicotteranno le competizioni FIFA, compresi i Mondiali del 2027 e del 2030, se non verrà ritirato il progetto di privatizzazione della nuova società FIFA Forward Enterprise, che consentirebbe a investitori esterni di acquisire fino al 21% delle quote. Secondo la confederazione europea, il piano comprometterebbe l’indipendenza e la natura senza scopo di lucro della FIFA, oltre a essere stato elaborato senza un adeguato confronto con le federazioni. Il progetto deve ancora ottenere le necessarie approvazioni, ma la minaccia della UEFA rappresenta uno dei momenti di maggiore tensione nei rapporti con la FIFA degli ultimi anni. Al momento sembra non esserci apertura neanche da parte degli altri organi internazionali.
🇮🇹 La graduatoria provvisoria del concorso nazionale per l’accesso alle scuole di specializzazione medica ha suscitato polemiche per l’elevata presenza di candidati dell’Università Vanvitelli di Caserta nelle prime posizioni: 10 dei primi 30, di cui cinque nella stessa aula. Pur in assenza di prove di irregolarità, il Ministero dell’Università ha richiesto i verbali delle prove per effettuare verifiche. Un’analisi statistica del professore Vincenzo Mauro ha definito questa concentrazione altamente improbabile, pur senza parlare di brogli accertati. Sui social sono circolate ipotesi di controlli insufficienti o consultazione di internet durante l’esame, mentre l’ateneo ha ribadito la regolarità delle procedure, sottolineando anche l’annullamento della prova di una candidata sorpresa con lo smartphone. La graduatoria ufficiale sarà pubblicata il 6 agosto.
Alla prossima 👋



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