Scoperte le “case delle fate” in Sardegna: tombe neolitiche di 5.000 anni fa arricchiscono il patrimonio archeologico italiano

Un nuovo e straordinario capitolo si aggiunge alla storia della Sardegna e del Mediterraneo antico. Un gruppo di archeologi dell’Università di Cagliari, in collaborazione con la Soprintendenza Archeologica di Sassari, ha portato alla luce tre nuove domus de janas, note anche come “case delle fate”, risalenti al Neolitico finale, circa 5.000 anni fa.
Le tombe ipogee, rinvenute nel territorio della provincia di Sassari, rappresentano una delle testimonianze più significative della cultura prenuragica sarda, e offrono nuovi spunti per comprendere il rapporto tra spiritualità, architettura e società nelle civiltà antiche dell’isola.


Cosa sono le domus de janas

Le domus de janas (dal sardo: “case delle fate” o “delle streghe”) sono tombe scavate nella roccia che gli antichi abitanti della Sardegna utilizzavano per seppellire i defunti e celebrare riti legati al culto degli antenati.
Si tratta di ipogei artificiali, spesso decorati con motivi simbolici incisi o dipinti sulle pareti interne, raffiguranti spirali, corna taurine e motivi geometrici che richiamano il ciclo della vita e della morte.

Queste sepolture collettive si trovano in tutta la Sardegna, con oltre 3.800 siti censiti fino ad oggi, ma le nuove scoperte a Sassari si distinguono per l’eccezionale stato di conservazione e la complessità architettonica dei loro ambienti interni.


Il ritrovamento nel Sassarese

Le tre nuove domus sono state individuate durante una campagna di scavo iniziata nel 2024, in un’area collinare che domina la valle del Coghinas.
Le indagini, coordinate dall’archeologa Francesca Podda dell’Università di Cagliari, hanno permesso di documentare ambienti ipogei multipli, con camere comunicanti e soffitti decorati da incisioni che riproducono travi e travature lignee, segno che i costruttori cercavano di imitare l’architettura delle case dei vivi.

I rilievi tridimensionali e le analisi geologiche hanno confermato che gli ipogei sono stati scavati nella trachite locale, una roccia relativamente tenera ma resistente nel tempo, ideale per creare ambienti sotterranei stabili.
All’interno sono stati rinvenuti frammenti di ceramica impressastrumenti in ossidianacollane in conchiglia e resti ossei umani, che saranno ora analizzati per ricostruire le pratiche funerarie e la dieta della popolazione neolitica sarda.


Un patrimonio spirituale e simbolico

Secondo gli studiosi, le domus de janas avevano non solo una funzione funeraria, ma anche una valenza rituale e religiosa.
Le popolazioni neolitiche sarde credevano che la morte fosse una transizione verso un’altra forma di esistenza, e per questo le tombe venivano concepite come vere e proprie “case” per accogliere i defunti.

Le decorazioni trovate nelle nuove scoperte mostrano figure a rilievo che richiamano simboli femminili e taurini, forse legate a divinità della fertilità o al culto della Madre Terra.
“Ogni camera era un piccolo mondo sacro,” spiega la ricercatrice Podda. “La cura nella costruzione e la ricchezza dei simboli dimostrano una spiritualità profonda, in cui il legame con la natura e con gli antenati era centrale nella vita quotidiana.”


Tecnologia e archeologia: la nuova frontiera delle indagini

Per studiare le tombe senza danneggiarle, gli archeologi si sono avvalsi di tecnologie avanzate, come scanner laser 3D, droni fotogrammetrici e rilievi con georadar.
Questi strumenti hanno permesso di ricostruire digitalmente l’intero complesso sotterraneo, rivelando dettagli che sarebbero difficilmente osservabili a occhio nudo.

Le ricostruzioni virtuali mostrano ambienti policromi, con pareti un tempo dipinte in ocra rossa e nera, colori simbolici che rappresentavano rispettivamente il sangue e la rinascita.
Si tratta di un risultato straordinario, che permetterà in futuro di creare un museo virtuale accessibile anche al pubblico, offrendo la possibilità di esplorare le “case delle fate” attraverso esperienze immersive.


Un legame con le altre culture del Mediterraneo

Le nuove scoperte rafforzano l’idea che la Sardegna fosse, già nel Neolitico, un crocevia di scambi culturali e commerciali nel Mediterraneo.
Le analogie tra le domus de janas e altre tombe ipogee presenti in Corsica, Malta e nella penisola iberica suggeriscono una rete di contatti tra popolazioni preistoriche, che condividevano tecniche costruttive e credenze spirituali comuni.

“La Sardegna era un ponte naturale tra Oriente e Occidente,” spiega l’archeologo Giovanni Ugas, “e la presenza di ceramiche e ornamenti simili in diversi siti mediterranei dimostra che esisteva una connessione culturale molto più ampia di quanto si pensasse.”


Prospettive future

Nei prossimi mesi, il team di ricerca procederà con analisi isotopiche e genetiche sui resti umani per comprendere meglio le origini e i movimenti delle popolazioni neolitiche in Sardegna.
Parallelamente, la Soprintendenza sta lavorando con la Regione per inserire il sito tra i percorsi di valorizzazione turistico-culturale, in modo da renderlo accessibile al pubblico entro il 2026.

Si prevede anche la creazione di un centro di documentazione permanente dedicato alle domus de janas, dove saranno esposti modelli in scala, ricostruzioni digitali e reperti originali.


Un tesoro da proteggere

La scoperta delle “case delle fate” di Sassari non è solo un successo scientifico, ma anche un invito alla riflessione: la Sardegna conserva un patrimonio archeologico unico al mondo, che va tutelato e valorizzato con consapevolezza.
Ogni tomba, ogni incisione, ogni frammento racconta la storia millenaria di un popolo ingegnoso e spirituale, che ha lasciato un segno profondo nella cultura mediterranea.

Come conclude la Soprintendenza in una nota: “Questi ritrovamenti sono un dono prezioso. Ci ricordano che la storia non è soltanto ciò che leggiamo nei libri, ma qualcosa che continua a emergere dal suolo, viva e pulsante, pronta a raccontarci chi siamo stati.”

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