Microplastiche fino all’Alaska: la contaminazione globale non risparmia nemmeno gli ecosistemi più remoti
Nemmeno i ghiacci e le acque incontaminate dell’Alaska sono più immuni all’inquinamento da microplastiche.
Un nuovo studio condotto da un gruppo di ricercatori dell’Università dell’Alaska Fairbanks, in collaborazione con la National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA), ha confermato la presenza di microplastiche in campioni d’acqua prelevati nelle aree più remote dello stato, tra cui i fiordi artici, le coste del Mare di Bering e persino i laghi interni situati a centinaia di chilometri dai centri abitati.
Una scoperta allarmante che dimostra quanto la plastica sia ormai un inquinante globale, capace di raggiungere ogni angolo del pianeta — dagli abissi oceanici ai ghiacciai polari, fino all’atmosfera.
Microplastiche: cosa sono e perché sono così pericolose
Le microplastiche sono frammenti di plastica con dimensioni inferiori ai 5 millimetri. Possono derivare da prodotti cosmetici, tessuti sintetici, pneumatici o dalla degradazione di oggetti più grandi come bottiglie e imballaggi.
A differenza dei rifiuti visibili, queste particelle non si decompongono mai completamente, ma si frammentano ulteriormente fino a diventare nanoplastiche, invisibili anche ai microscopi ottici.
Queste particelle microscopiche sono facilmente trasportate dal vento, dalle correnti marine e dai fiumi, finendo così anche in aree che, teoricamente, dovrebbero essere incontaminate.
Il loro impatto è devastante: entrano nella catena alimentare attraverso il plancton, i pesci e gli uccelli marini, e sono state rilevate persino nel sangue e nei polmoni umani.
La ricerca: microplastiche anche nei ghiacci dell’Alaska
Lo studio, pubblicato sulla rivista Environmental Science & Technology, ha analizzato oltre 150 campioni d’acqua e sedimenti raccolti tra il 2023 e il 2024 in diverse località dell’Alaska, incluse le regioni di Anchorage, il Golfo dell’Alaska e il Mare di Chukchi, al confine con l’Artico.
I ricercatori hanno identificato più di 12.000 particelle plastiche per metro cubo di acqua, con una densità sorprendentemente elevata anche in aree prive di attività industriale o insediamenti umani.
Le tipologie più comuni rilevate sono polietilene (PE) e polipropilene (PP), derivanti da imballaggi e materiali da costruzione, ma anche microfibre di poliestere, rilasciate durante il lavaggio dei capi sintetici.
Ancora più preoccupante è il fatto che le microplastiche sono state rinvenute intrappolate nei ghiacci galleggianti e nei sedimenti glaciali, segno che il fenomeno è cronico e destinato a persistere per decenni, anche se la produzione globale di plastica dovesse ridursi.
Come arrivano le microplastiche in Alaska
Secondo gli esperti, le microplastiche raggiungono le regioni artiche attraverso diverse vie di trasporto:
- Correnti oceaniche, che trascinano i detriti plastici dal Pacifico settentrionale e dal Mare di Bering.
- Atmosfera, con particelle trasportate dal vento e depositate tramite la neve o la pioggia.
- Fiumi glaciali e affluenti, che raccolgono residui di plastica da zone più popolate e li riversano nel mare.
La dottoressa Emily Sturgeon, oceanografa ambientale e coautrice dello studio, spiega:
“Pensavamo che le regioni artiche fossero relativamente protette, ma non è così. Le microplastiche viaggiano ovunque, anche per migliaia di chilometri, e si accumulano negli ecosistemi più fragili. L’Alaska è diventata una cartina di tornasole della portata globale del problema.”
Conseguenze per gli ecosistemi artici
La presenza di microplastiche nelle acque dell’Alaska rappresenta una minaccia concreta per la fauna marina.
I frammenti vengono ingeriti da pesci, molluschi e crostacei, ma anche da uccelli marini e mammiferi come le foche e le balene, alterando il loro metabolismo e la capacità riproduttiva.
In particolare, lo studio evidenzia che molte particelle di microplastica sono ricoperte da batteri e sostanze chimiche tossiche, che ne aumentano la pericolosità.
Quando ingerite, queste particelle possono accumularsi nei tessuti degli animali e raggiungere i livelli più alti della catena alimentare, inclusi gli esseri umani.
Il paradosso del ghiaccio artico
Un aspetto particolarmente inquietante emerso dalla ricerca riguarda il ghiaccio marino artico, che agisce come una sorta di “spugna” per le microplastiche.
Durante la formazione del ghiaccio, le particelle vengono intrappolate e conservate al suo interno.
Quando il ghiaccio si scioglie a causa del riscaldamento globale, rilascia nuovamente le microplastiche nell’ambiente, contribuendo a un circolo vizioso di contaminazione.
Secondo un’analisi della NOAA, ogni anno circa 3 miliardi di tonnellate di ghiaccio artico rilasciano microplastichenei mari del Nord, con effetti ancora difficili da quantificare ma potenzialmente irreversibili.
L’impatto sulla salute umana
Sebbene la ricerca si sia concentrata sugli aspetti ecologici, gli esperti avvertono che la diffusione globale delle microplastiche avrà inevitabili ripercussioni sulla salute umana.
Le particelle più piccole possono essere inalate o ingerite, entrando nel sistema circolatorio e provocando infiammazioni croniche, stress ossidativo e potenziali danni ai tessuti.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha recentemente avviato un’indagine su larga scala per valutare l’impatto delle microplastiche sull’uomo, mentre l’Unione Europea sta lavorando a una nuova direttiva per limitare la produzione e l’uso dei polimeri sintetici.
Un allarme globale che richiede soluzioni globali
L’Alaska, simbolo della natura incontaminata, è ora anche simbolo della vulnerabilità del pianeta di fronte all’inquinamento da plastica.
Gli scienziati sottolineano la necessità di azioni coordinate a livello internazionale, puntando su:
- una riduzione drastica della produzione di plastica monouso,
- investimenti in materiali biodegradabili,
- e una maggiore educazione ambientale.
Come ha dichiarato la ricercatrice Sturgeon:
“Se le microplastiche sono arrivate fin qui, vuol dire che non esiste più alcun luogo incontaminato. Ogni scelta quotidiana, dal tipo di imballaggio che usiamo alla gestione dei rifiuti, ha conseguenze che vanno ben oltre ciò che possiamo vedere.”
Un futuro da ripensare
Lo studio sull’Alaska è solo l’ultimo tassello di un mosaico inquietante: negli ultimi anni, microplastiche sono state trovate sulla cima dell’Everest, nei fondali dell’Oceano Pacifico, nel sangue umano e perfino nel latte materno.
Un chiaro segnale che la crisi della plastica non è più un problema ambientale, ma una questione di sopravvivenza globale.
Il messaggio che arriva dagli scienziati è semplice ma urgente: per salvare il pianeta, dobbiamo ridurre la plastica alla fonte, prima che la plastica finisca per soffocare anche gli angoli più puri della Terra.



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