Le nuove candidature italiane all’UNESCO: presepe, Valpolicella e cibo alpino

Tre tradizioni per raccontare l’Italia che vive nei territori
Dopo il riconoscimento della cucina italiana come patrimonio culturale immateriale, l’Italia torna a guardare all’UNESCO con tre nuove candidature che parlano di identità, saperi condivisi e comunità. Per il ciclo 2026 sono stati infatti trasmessi tre dossier molto diversi tra loro, ma accomunati da un elemento fondamentale: non raccontano solo oggetti o prodotti, ma pratiche vive, tramandate nel tempo e profondamente radicate nei territori.

Le candidature riguardano il presepeil rito della messa a riposo delle uve della Valpolicella e il patrimonio alimentare alpino. Insieme, offrono un ritratto interessante dell’Italia contemporanea: un Paese che continua a custodire le proprie tradizioni, ma che prova anche a valorizzarle come parte attiva del proprio presente e della propria immagine culturale nel mondo.

Non solo monumenti: l’UNESCO tutela anche i patrimoni immateriali
Quando si parla di UNESCO, il pensiero corre spesso ai grandi siti storici o paesaggistici: città d’arte, aree archeologiche, paesaggi culturali, monumenti famosi. Ma accanto a questo patrimonio materiale esiste un altro livello, forse meno visibile ma altrettanto importante: quello del patrimonio culturale immateriale.

Si tratta di tradizioni, pratiche, rituali, saperi artigianali, usi sociali e conoscenze che le comunità riconoscono come parte della propria identità. In questo caso non conta soltanto il risultato finale, ma il processo: il gesto tramandato, il sapere condiviso, la capacità di una comunità di mantenere viva una pratica e di trasmetterla alle generazioni successive.

Le tre candidature italiane del 2026 si collocano proprio in questo spazio. Non celebrano semplicemente un manufatto, un vino o un repertorio culinario, ma mettono al centro il rapporto tra cultura, territorio e trasmissione dei saperi.

Il presepe: arte, comunità e spiritualità popolare
La candidatura dedicata al presepe porta un titolo molto eloquente: “Il presepe, dalle origini a tradizione culturale, e l’arte di crearlo”. È una proposta che va ben oltre la semplice rappresentazione della Natività e racconta una pratica che, in Italia, è insieme spiritualità, artigianato, creatività e dimensione comunitaria.

Il presepe è infatti una tradizione che vive in molte forme: nelle famiglie, nelle parrocchie, nei laboratori artigiani, nei grandi presepi artistici, nelle rappresentazioni viventi e nei piccoli allestimenti domestici. È una forma culturale capace di attraversare le epoche, adattarsi ai linguaggi contemporanei e continuare a coinvolgere persone di età e contesti diversi.

Il valore della candidatura sta proprio in questa vitalità. Il presepe non è presentato come una reliquia del passato, ma come una pratica ancora viva, costruita attraverso competenze manuali, sensibilità artistiche e relazioni comunitarie. Inoltre, la proposta ha una dimensione internazionale: è una candidatura multinazionale promossa dall’Italia con la partecipazione di Spagna e Paraguay. Un dettaglio importante, perché mostra come una tradizione nata in un preciso contesto culturale possa oggi essere condivisa e reinterpretata in altre parti del mondo.

Il legame con san Francesco e con Greccio
La candidatura del presepe acquista anche un valore simbolico particolare per il suo legame con san Francesco d’Assisi e con Greccio, il luogo in cui, nel 1223, si tenne la prima rappresentazione vivente della Natività. Questo episodio è considerato una tappa decisiva nella nascita della tradizione presepiale italiana.

L’UNESCO, in questo caso, non verrebbe chiamata a riconoscere soltanto una consuetudine religiosa, ma una forma culturale che ha saputo diventare linguaggio artistico, rito popolare e spazio di partecipazione collettiva. È anche per questo che il Consiglio direttivo della Commissione Nazionale Italiana per l’UNESCO ha indicato proprio il presepe come candidatura prioritaria e preferenziale del ciclo 2026.

Valpolicella: quando una pratica agricola diventa cultura
La seconda candidatura è forse la più sorprendente per chi associa il patrimonio immateriale solo a feste, riti o tradizioni popolari. Il titolo è “Il rito della messa a riposo delle uve della Valpolicella” e mette al centro una pratica legata al mondo del vino: l’appassimento delle uve.

Nelle colline della Valpolicella, questa tecnica rappresenta un passaggio fondamentale nella produzione di vini come Amarone e Recioto. Ma la candidatura non guarda solo all’aspetto enologico. Il vero punto è il sistema di conoscenze, attenzioni e gesti che accompagnano la selezione delle uve, la loro sistemazione nelle fruttaie, la cura del tempo di riposo e il controllo delle condizioni ambientali.

Si tratta di una pratica che unisce manualità, esperienza, osservazione, trasmissione intergenerazionale e rapporto con il paesaggio. L’appassimento diventa così un esempio di come una tecnica produttiva possa assumere un significato culturale più ampio, perché racchiude il modo in cui una comunità si relaziona alla propria terra e alla propria storia.

Non solo vino, ma paesaggio e comunità
La candidatura della Valpolicella è interessante proprio perché allarga lo sguardo. Non si limita a dire che un certo vino è prestigioso, ma afferma che esiste un patrimonio immateriale nei gesti e nei saperi che lo rendono possibile.

In questo caso il patrimonio non è la bottiglia, ma l’insieme di pratiche che la precedono: la conoscenza delle uve, la cura del processo di appassimento, la relazione con il territorio, la continuità tra generazioni, il ruolo di produttori, consorzi, studiosi e comunità locali.

È un modo intelligente di raccontare il patrimonio gastronomico italiano: non come somma di eccellenze commerciali, ma come intreccio di cultura, lavoro, paesaggio e identità.

Il patrimonio alimentare alpino: una candidatura che guarda alla cooperazione
La terza candidatura ha una natura diversa dalle altre due. Si intitola “Patrimonio alimentare alpino: programmi culturali di salvaguardia promossi dalle comunità” e non punta alla Lista rappresentativa del patrimonio immateriale, ma al Registro delle Buone Pratiche di Salvaguardia.

Questo è un elemento importante, perché sposta l’attenzione dalla singola tradizione al modo in cui essa viene protetta, trasmessa e organizzata. La candidatura è multinazionale ed è coordinata dalla Svizzera, con la partecipazione di Italia, Francia e Slovenia.

Al centro ci sono le pratiche alimentari delle comunità alpine: un patrimonio fatto di saperi contadini, prodotti locali, tecniche di conservazione, relazioni tra cibo e territorio, stagionalità, gestione collettiva delle risorse e forme di trasmissione culturale radicate nella vita di montagna.

Più che un singolo elemento, qui viene valorizzato un modello di salvaguardia condivisa, basato sulla cooperazione internazionale e sul coinvolgimento diretto delle comunità.

Perché queste tre candidature raccontano bene l’Italia
Guardate insieme, queste tre proposte restituiscono un’immagine dell’Italia molto ricca. Il presepe parla di creatività e spiritualità popolare. La Valpolicella mette in luce la sapienza produttiva e agricola. Il patrimonio alimentare alpino racconta il cibo come cultura territoriale e come pratica comunitaria.

Non sono candidature scelte a caso. Rappresentano tre modi diversi di intendere la cultura: come rito, come lavoro, come artigianato, come paesaggio, come memoria condivisa. È anche un segnale interessante dopo il riconoscimento della cucina italiana: l’attenzione si sposta dal piatto finale ai processi culturali che lo rendono possibile.

In altre parole, l’Italia sembra voler dire all’UNESCO che il proprio patrimonio immateriale non è fatto soltanto di simboli celebri, ma di pratiche quotidiane, conoscenze diffuse e relazioni tra persone e territori.

Tradizioni vive, non cartoline del passato
Uno degli aspetti più interessanti del patrimonio immateriale è proprio questo: non tutela tradizioni “mummificate”, ma pratiche ancora vive. Una candidatura UNESCO, in questo ambito, non serve a trasformare una comunità in museo, ma a riconoscere il valore di ciò che continua a essere praticato, rinnovato e trasmesso.

Il presepe continua a essere creato ogni anno. L’appassimento delle uve della Valpolicella continua a essere vissuto come rito produttivo e culturale. Le tradizioni alimentari alpine continuano a essere custodite e reinterpretate dalle comunità di montagna.

Il riconoscimento, quindi, non congelerebbe queste pratiche, ma ne rafforzerebbe la visibilità, la tutela e la capacità di essere tramandate.

Un tema che parla anche di futuro
A prima vista, queste candidature sembrano guardare solo al passato. In realtà parlano molto anche del futuro. Tutelare il patrimonio immateriale significa infatti proteggere non solo la memoria, ma anche la continuità di saperi che possono avere ancora un ruolo nelle società contemporanee.

Artigianato, filiere territoriali, produzioni identitarie, cibo come cultura, pratiche comunitarie, turismo lento, educazione al patrimonio: tutti questi temi ruotano attorno alle candidature italiane del 2026. L’UNESCO, in questo senso, non è soltanto un marchio di prestigio, ma uno strumento che può rafforzare la consapevolezza culturale attorno a pratiche spesso date per scontate.

In sintesi
Le nuove candidature italiane all’UNESCO per il 2026 — il presepe, il rito della messa a riposo delle uve della Valpolicella e il patrimonio alimentare alpino — raccontano un’Italia fatta di tradizioni vive, artigianato, gastronomia, spiritualità e comunità.

Sono proposte diverse ma complementari, che mostrano come il patrimonio culturale immateriale non sia qualcosa di astratto, ma un insieme di gesti, saperi e relazioni che continuano a dare forma ai territori e all’identità del Paese. Ed è proprio per questo che il loro valore va oltre la candidatura: parla del modo in cui una società sceglie di riconoscere e custodire ciò che la rende unica.


Fonti:
Ministero della Cultura – UNESCO: L’Italia candida per l’iscrizione nella Lista del Patrimonio Immateriale tre pratiche tradizionali: il Presepe, l’appassimento delle uve della Valpolicella e il patrimonio alimentare alpino
Ufficio UNESCO – Ministero della Cultura – Tre nuove candidature italiane all’UNESCO per il Patrimonio Culturale Immateriale: il presepe, la messa a riposo delle uve della Valpolicella e il patrimonio alimentare alpino

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