Primo numero di ottobre, che più nel caos non poteva iniziare.

Abbiamo tanti (tanti) aggiornamenti dal Medioriente, con il ventaglio di paesi coinvolti nella guerra israelo-palestinese che si allarga sempre di più. Poi un focus sulle ultime dagli Stati Uniti, fino all’Ucraina e all’inchiesta sulle tifoserie organizzate di Milan e Inter. Ah, e tante brevi interessanti.

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ISRAELE-HEZBOLLAH: CONTINUANO I BOMBARDAMENTI IN LIBANO, INVASO ANCHE VIA TERRA. INTANTO L’IRAN…

1) Andiamo con molta calma, che c’è tanto da dire. Partiamo dallo scorso weekend, quando l’esercito israeliano ha attaccato infrastrutture in Yemen controllate dagli Houthi, il gruppo sciita alleato dell’Iran, colpendo due impianti energetici e il porto di Hodeidah, usato secondo Israele per importare armi dall’Iran. Il ministero della Salute yemenita riferisce di 4 morti e 40 feriti, ma i numeri potrebbero aumentare. Gli Houthi fanno parte dell’“asse della resistenza” insieme a Hamas e Hezbollah. Nelle ultime settimane, hanno lanciato droni e missili verso Israele, compreso un missile diretto all’aeroporto Ben Gurion. Gli Houthi avevano già attaccato navi commerciali nel Mar Rosso, causando disagi al commercio globale. E l’Iran? All’inizio è rimasto a guardare, preoccupato per lo stato in cui versava Hezbollah in seguito agli attacchi dell’esercito israeliano. Il governo di Teheran è stato piuttosto diviso sulla risposta da dare: i conservatori hanno spinto per una reazione forte, mentre i moderati, tra cui il presidente Masoud Pezeshkian, preferivano mantenere un approccio cauto per evitare di estendere il conflitto. 

Nel frattempo Israele ha continuato a colpire il Libano, uccidendo Fateh Sherif Abu el-Amin, leader di Hamas nel paese, mentre si trovava con la sua famiglia nella città di Tiro. Israele ha ripreso a colpire anche la capitale Beirut, bombardando per la prima volta dal 2006 il centro della capitale libanese, mentre in precedenza aveva colpito solo aree periferiche. L’attacco ha colpito un edificio residenziale nel quartiere di Kola, abitato principalmente da civili sunniti. Ma la svolta è avvenuta nella notte tra lunedì e martedì, quando Israele ha lanciato un’operazione di terra contro Hezbollah, invadendo una parte del sud del Libano, dove si ritiene che il gruppo militare abbia costruito postazioni nel tempo. Era (sempre) dal 2006 che le forze israeliane non occupavano territorio libanese. L’invasione ha causato almeno 55 morti e 156 feriti, secondo il ministero della Salute libanese. La risposta dell’Iran, a questo punto, non si è fatta attendere. Nella notte tra martedì e mercoledì è avvenuto il secondo attacco mai compiuto verso il territorio israeliano e risulta essere il più grave. Mentre il primo attacco dell’aprile precedente era stato per lo più simbolico, quello di martedì è avvenuto a sorpresa, con il lancio di circa 180 missili balistici, noti per la difficoltà di intercettazione. Alcuni missili sono caduti su aree abitate, ma il sistema di difesa aerea israeliano ha evitato un alto numero di vittime. L’unica morte confermata è stata quella di un palestinese in Cisgiordania. L’attacco è stato formalmente una ritorsione per l’uccisione del leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah, e altre personalità, avvenuta a luglio, ed è coinciso con l’annuncio dell’invasione israeliana del sud del Libano. I missili, partiti da basi in Iran, hanno attraversato lo spazio aereo di vari paesi arabi prima di entrare in Israele, dove molti non sono stati intercettati, raggiungendo anche zone civili e obiettivi sensibili come Tel Aviv e la base aerea di Nevatim. Tuttavia, il sistema di difesa israeliano ha adottato una strategia selettiva, intercettando solo i missili più pericolosi. In concomitanza con l’attacco missilistico, un attentato a Tel Aviv ha provocato la morte di sei persone e il ferimento di altre dieci. Israele ha cercato di ridimensionare l’operazione, definendola un raid mirato contro postazioni di Hezbollah vicino al confine. 

Tornando all’attacco via terra dell’esercito israeliano, mercoledì si sono verificati i primi scontri tra i soldati e il gruppo libanese Hezbollah nel sud del Libano, dopo che le forze armate israeliane avevano invaso la zona senza però entrare subito in combattimento. Gli scontri sono stati confermati da entrambe le parti e anche dall’esercito libanese, che tuttavia non sta partecipando ai combattimenti. L’esercito israeliano ha comunicato che otto soldati sono stati uccisi in due momenti di intenso combattimento. Prima degli scontri, l’esercito israeliano aveva invitato i residenti di diverse cittadine del sud del Libano a evacuare, avvertendo che qualsiasi edificio legato a Hezbollah sarebbe stato colpito. Nel frattempo, Hezbollah ha lanciato circa cento razzi verso il nord di Israele, la maggior parte dei quali è stata intercettata dal sistema antiaereo israeliano. Non ci sono state vittime. Israele ha continuato a bombardare la periferia sud di Beirut, roccaforte di Hezbollah, causando la morte di 15 civili e un soldato libanese. Il primo ministro libanese Najib Mikati ha stimato che gli sfollati dagli attacchi israeliani siano circa 1,2 milioni. Nel pomeriggio, il Consiglio di sicurezza dell’ONU ha tenuto una riunione d’emergenza sui combattimenti, senza però produrre risultati concreti, e Antonio Guterres, segretario generale dell’ONU, è stato dichiarato “persona non grata” da Israele a causa di una sua dichiarazione sull’attacco iraniano. 

Nella notte tra mercoledì e giovedì, l’esercito israeliano ha bombardato nuovamente Beirut, colpendo il centro della città dopo attacchi precedenti nelle aree periferiche. Un edificio residenziale nel quartiere centrale di Bashoura è stato colpito, causando la morte di 6 persone e il ferimento di altre 11. Secondo fonti legate a Hezbollah, l’edificio ospitava un centro medico gestito dal gruppo paramilitare. Nel frattempo, un attacco israeliano ha colpito anche Damasco, in Siria, uccidendo tre persone, tra cui, secondo fonti non confermate, il genero di Nasrallah. Israele ha dichiarato di aver eliminato circa 250 combattenti di Hezbollah dall’inizio dell’invasione, inclusi alti comandanti. Tra le vittime, ci sono stati infatti alti ufficiali come Fuad Shukr, Ibrahim Aqil e Muhammad Rashid Sakafi, figure strategiche nei settori missilistico e droni. Non è chiaro se Hashem Safieddine, successore di Nasrallah, sia sopravvissuto a un recente attacco. Restano in vita altri leader come Naim Qassim e Mohammed Raad. Gli attacchi hanno colpito anche infrastrutture civili, causando gravi danni a ospedali e vie di fuga verso la Siria. Più di 300.000 persone, perlopiù rifugiati siriani, sono fuggite dal Libano a causa del conflitto.

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USA: IL PUNTO SULLO SCIOPERO DEI PORTUALI, I CANDIDATI VICE-PRESIDENTI E LA TEMPESTA HELENE

2) Negli Stati Uniti in settimana c’è stato uno sciopero dei lavoratori dei porti della costa Est e del Golfo, il primo dal 1977. L’International Longshoremen’s Association (ILA), che rappresenta circa 50mila lavoratori, ha indetto lo sciopero dopo la scadenza del contratto a settembre e la mancata intesa con la United States Maritime Alliance (USMX), che rappresenta i datori di lavoro. Il sindacato ha chiesto un aumento degli stipendi e il divieto dell’automazione nelle operazioni portuali, temendo che la tecnologia possa portare a licenziamenti. Attualmente, i lavoratori guadagnano 39 dollari l’ora, ma l’ILA propone un aumento graduale fino a 69 dollari l’ora. L’USMX ha offerto un aumento del 50% e limiti all’automazione, ma non il divieto totale richiesto dal sindacato, che ha rifiutato la proposta. Lo sciopero ha coinvolto decine di porti cruciali, compreso quello di New York e New Jersey, dove sono rimasti bloccati 100mila container. Le agitazioni hanno influito limitatamente sulla disponibilità di prodotti come banane e materiali edili, dal momento che è stato sospeso nella giornata di oggi grazie a un accordo tra il sindacato International Longshoremen’s Association (ILA) e la United States Maritime Alliance (USMX). Questo prevede la sospensione dello sciopero fino al 15 gennaio, durante le negoziazioni per un nuovo contratto. Il sindacato richiede aumenti salariali e il divieto di automatizzazione di gru e camion nelle operazioni portuali. Fonti indicano che il sindacato ha accettato di negoziare un aumento del 62% degli stipendi nei prossimi sei anni. 

Con l’avvicinarsi delle elezioni presidenziali, era atteso anche il confronto tra i candidati alla vicepresidenza degli Stati Uniti, Tim Walz e J.D. Vance, caratterizzato da toni civili e cordiali, in netto contrasto con quello precedente tra Kamala Harris e Donald Trump. Il senatore repubblicano Vance è apparso più convincente e sciolto rispetto al governatore democratico Walz, che è sembrato nervoso e incerto, soprattutto all’inizio. Moderato dalle giornaliste Norah O’Donnell e Margaret Brennan, il dibattito si è concentrato su temi come il Medio Oriente, la tempesta Helene (sulla quale torneremo) e l’immigrazione. Sulla questione dell’elezione del 2020, Vance ha evitato di ammettere la sconfitta di Trump, mentre Walz lo ha criticato per la sua ambiguità. Vance ha dimostrato una buona parlantina, mentre Walz è apparso meno sicuro, anche se ha avuto momenti efficaci su temi democratici come l’aborto e le armi. In generale, il dibattito non è stato memorabile e probabilmente avrà un impatto limitato sulle elezioni. Tuttavia, la performance di Vance potrebbe favorire temporaneamente la campagna repubblicana. 

Come detto, la tempesta Helene. Negli ultimi giorni ha causato oltre duecento morti nel sud-est degli Stati Uniti, con il North Carolina particolarmente colpito da frane e allagamenti. A una settimana dal suo arrivo in Florida, molte persone sono ancora disperse, decine di migliaia senza acqua corrente e quasi un milione di abitazioni senza elettricità. Helene è stata la tempesta più grave negli Stati Uniti dal 2005, superando persino l’uragano Maria del 2017. Inizialmente un uragano di categoria 4, ha perso forza ed è stata declassata a tempesta tropicale, ma ha comunque distrutto intere aree e lasciato milioni senza elettricità. Le operazioni di soccorso sono complicate da frane e strade chiuse, soprattutto nelle zone montuose del North Carolina. Il presidente Joe Biden ha visitato le aree colpite e ha approvato aiuti federali, inclusi cibo, acqua e supporto militare.

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UCRAINA: DOPO DUE ANNI DI RESISTENZA, LA CITTÀ DI VUHLEDAR – NEL DONBASS – CADE IN MANO RUSSA

3) Facciamo un salto in Ucraina per le ultime sul conflitto con la Russia. Mercoledì, l’esercito ucraino ha confermato il ritiro completo da Vuhledar, una cittadina strategica nel Donbass, dopo oltre due anni di resistenza contro le offensive russe. La Russia aveva già tentato di conquistarla in almeno quattro occasioni, tutte respinte dall’esercito ucraino. Tuttavia, l’ultima offensiva russa è stata efficace grazie a nuove tattiche e all’uso massiccio di artiglieria e bombardamenti aerei, contro cui non è stato possibile difendersi. Nonostante la perdita di Vuhledar non abbia un impatto decisivo sulla guerra, rappresenta una sconfitta significativa per l’Ucraina, evidenziando una situazione preoccupante lungo il fronte, dove la Russia sta avanzando con una velocità senza precedenti dall’inizio dell’invasione nel 2022. Vuhledar, un tempo abitata da 14mila persone e importante per le miniere di carbone, è oggi ridotta in macerie, con soli 107 civili rimasti, secondo il governatore ucraino di Donetsk. La città aveva un ruolo strategico per il controllo delle vie di rifornimento tra i fronti orientale e meridionale, oltre a essere vicina a una linea ferroviaria verso la Crimea. Negli ultimi mesi, i russi hanno accerchiato Vuhledar da nord e sud, e l’artiglieria russa ha avuto una schiacciante superiorità numerica rispetto a quella ucraina. Con l’ultima strada di collegamento tagliata dai russi, l’esercito ucraino ha iniziato il ritiro, subendo pesanti perdite. Recenti immagini mostrano soldati russi issare bandiere in una città ormai distrutta.

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L’INCHIESTA CHE POTREBBE CAMBIARE PER SEMPRE LE TIFOSERIE ORGANIZZATE DI MILAN E INTER: LE ULTIME

4) Lunedì, il giudice per le indagini preliminari di Milano ha disposto l’arresto di 16 persone e gli arresti domiciliari per altre 3 nell’ambito di un’inchiesta che coinvolge le tifoserie organizzate di Inter e Milan. Le accuse includono associazione a delinquere, estorsione e altri reati, con l’aggravante del metodo mafioso per alcuni ultras dell’Inter. Circa 40 persone sono indagate. L’inchiesta ha suscitato clamore per la portata e per i dettagli sui presunti legami tra ultras e società calcistiche. Sono emerse intercettazioni in cui un capo ultras dell’Inter avrebbe fatto pressioni sull’allenatore Simone Inzaghi per ottenere più biglietti per la finale di Champions League 2023, minacciando di astenersi dal tifo. Alla fine, l’Inter avrebbe consegnato 1.500 biglietti. Gli ultras sarebbero coinvolti in attività illecite legate alla vendita di biglietti, alla gestione dei parcheggi e alla vendita di bibite nello stadio di San Siro. Tra gli arrestati ci sono influenti membri della curva dell’Inter e del Milan, come Marco Ferdico, Renato Bosetti e Luca Lucci, capo ultras già noto per vicende giudiziarie. Inter e Milan non sono direttamente coinvolte nell’inchiesta, ma un procedimento di prevenzione è stato avviato per verificare se le società adottino (o abbiano adottato) misure adeguate a prevenire reati da parte degli ultras.

Andiamo con alcune brevi parecchio interessanti 👇

🚆 Mercoledì mattina, un guasto alla rete ha bloccato per due ore la circolazione ferroviaria nelle stazioni di Roma Termini e Tiburtina, con ripercussioni su tutta la rete ferroviaria italiana. Più di 100 treni sono stati cancellati o modificati, e ritardi fino a quattro ore hanno colpito molti altri. Trenitalia ha attivato interventi per risolvere il guasto, ma i disagi sono durati tutto il giorno. Indagini successive hanno fatto emergere che il blocco è stato causato da una serie di guasti alla rete elettrica, iniziati quando un operaio ha inserito un chiodo in una canalina contenente cavi elettrici. Questo incidente ha coinvolto la centralina che gestisce l’energia della sala operativa, da cui dipendono la circolazione dei treni e il controllo di segnali e sistemi di sicurezza. Sebbene un gruppo di continuità abbia garantito energia fino alle 6:20, le batterie si sono scaricate senza che il sistema di allerta funzionasse. Anche l’alimentazione di emergenza non è entrata in funzione, lasciando la sala operativa senza energia. RFI ha poi sospeso il contratto con la ditta responsabile della manutenzione. Questo guasto si inserisce in un contesto di frequenti malfunzionamenti della rete ferroviaria, sovraccaricata rispetto alla sua capacità, con proteste in corso da parte dei lavoratori della manutenzione per le condizioni di lavoro. 

🔎 La scorsa settimana, ad Hammamet, in Tunisia, alcuni ex agenti dei servizi segreti italiani sono stati avvelenati durante una cena. Il veleno, contenuto in un liquore artigianale, ha colpito quattro dei dieci partecipanti, causando la morte di Giuseppe Maio, ex agente dell’AISI (Agenzia informazioni e sicurezza interna). Un altro ex agente è ricoverato in gravi condizioni, mentre due sono sotto osservazione. La vicenda è stata resa pubblica diversi giorni dopo e, sebbene si pensasse a un incidente, sono emerse ipotesi di vendetta legate a un’indagine di mafia. La vittima di questa possibile vendetta sarebbe Angelo Salvatore Stracuzzi, imprenditore siciliano vicino a Cosa Nostra, arrestato ad Hammamet dopo mesi di fuga. Alcuni degli ex agenti presenti alla cena avrebbero collaborato al suo arresto, informando le autorità dopo averlo riconosciuto. Sebbene non ci sia una conferma ufficiale, l’avvelenamento potrebbe essere stato orchestrato come rappresaglia per l’arresto di Stracuzzi. 

💉 Nella zona di Fano, nelle Marche, è stato identificato un focolaio di dengue, con 102 casi accertati e dieci probabili al 30 settembre. Si tratta del focolaio italiano con il maggior numero di casi autoctoni, non legati a viaggi all’estero. La dengue, trasmessa dalle zanzare tigre (Aedes albopictus), provoca febbre, mal di testa e dolori articolari. Per contenere la diffusione, il comune ha avviato interventi di disinfestazione e una campagna informativa per ridurre i luoghi di riproduzione delle zanzare. Sono stati distribuiti 800 kit contenenti larvicidi e repellenti nelle farmacie comunali. Dall’inizio dell’anno, in Italia sono stati registrati 500 casi di dengue, di cui 64 autoctoni. Non ci sono stati decessi. La malattia non ha una cura specifica, e si basa sulla gestione dei sintomi e sull’idratazione. Esistono vaccini, ma sono raccomandati solo per chi viaggia in aree con alta presenza di dengue. Medici ed epidemiologi hanno espresso preoccupazione per il focolaio, sottolineando che fattori climatici e la proliferazione delle zanzare tigre potrebbero favorire ulteriori focolai. 

🇨🇮 Il governo della Costa d’Avorio si trova a dover bilanciare la protezione dei produttori di cacao e le necessità ambientali, in seguito all’adozione da parte dell’Unione Europea del Regolamento 2023/1115 per garantire prodotti a “deforestazione zero”. Questo regolamento, che entrerà in vigore nel 2025, richiede la tracciabilità delle materie prime come il cacao, il cui consumo è principalmente europeo, con il 60% importato dalla Costa d’Avorio e dal Ghana. La Costa d’Avorio, il maggiore produttore mondiale di cacao, ha visto il 80% delle sue foreste scomparire dal 1960 a oggi a causa della coltivazione intensiva. Nonostante il divieto di coltivazione del cacao nelle aree protette, circa 120.000 coltivatori operano illegalmente in queste zone, il che rende difficile la tracciabilità del prodotto. Gli agricoltori, per creare nuovi spazi, bruciano lentamente le foreste, un’azione che sfugge al monitoraggio. Recentemente, il governo ha avviato operazioni di sgombero in aree non autorizzate, provocando forti tensioni sociali e proteste da parte dei coltivatori, che si sono visti privati dei loro mezzi di sussistenza. Il sindacato agricolo ha chiesto all’Unione Europea di rinviare l’attuazione del Regolamento, evidenziando che le cooperative non sono pronte a soddisfare i nuovi requisiti a causa della mancanza di risorse economiche. Le misure adottate potrebbero portare a una crisi sociale, in un contesto già precario per molti coltivatori di cacao, sottolineando il dilemma del governo ivoriano tra sviluppo agricolo e protezione ambientale. 

🏭 Il 30 settembre 2024 è l’ultimo giorno di attività per l’ultima centrale a carbone ancora funzionante nel Regno Unito, a Ratcliffe-on-Soar. Questo segna la fine di un’era iniziata nel 1882 con l’accensione della prima centrale a carbone al mondo. Il carbone, pur essendo stato fondamentale per la Rivoluzione industriale, è estremamente inquinante e responsabile di elevate emissioni di gas serra. Molti paesi, tra cui il Regno Unito e l’Italia, hanno quindi avviato la dismissione delle centrali a carbone per ridurre l’impatto ambientale. In Italia restano attive quattro centrali a carbone, ma sono utilizzate molto poco, con il governo che prevede la chiusura delle centrali continentali entro il 2024 e di quelle in Sardegna entro il 2027. A livello globale, il carbone rappresenta ancora una fonte energetica importante, con Cina, India, Stati Uniti e Giappone che producono il 75% dell’energia a carbone. 

Alla prossima 

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Giornalista pubblicista nel mondo della comunicazione da oltre 5 anni, con forti interessi verso l'attualità, la geopolitica e lo sport. Tutti abbiamo qualcosa da dire, per cui... parliamone!

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