Gli USA impongono dazi al mondo, le ultime da Israele e Ucraina, il terremoto in Myanmar
Dopo una settimana di assenza – causa ferie (mi perdonerete) – torniamo più in forma che mai.
Focus – ovviamente – sulle situazioni al fronte in Ucraina e Israele, ma anche (e soprattutto) sugli Stati Uniti, da cui partiremo. Infine, parleremo del tragico terremoto in Myanmar, della condanna di Marine Le Pen e delle manifestazioni in corso in Turchia.
Non perdiamo altro tempo, partiamo subito 👇
🇺🇸 USA: DONALD TRUMP IMPONE DAZI SU OLTRE 100 PAESI NEL MONDO. LE CONSEGUENZE SUI MERCATI E NON SOLO

1) Cominciamo, come ovvio, dagli USA, che questa settimana hanno fatto molto parlare di sé. Partiamo dal segretario di Stato, Marco Rubio, che ha annunciato che l’amministrazione Trump ha revocato i visti di almeno 300 studenti stranieri coinvolti nelle proteste contro l’invasione israeliana della Striscia di Gaza nelle università nel 2024. Il governo ha intensificato le azioni contro gli atenei, concentrandosi sulla Columbia di New York. Rubio ha parlato durante una conferenza stampa, rispondendo a domande sull’arresto della studentessa turca Rumeysa Ozturk in Massachusetts. Ozturk, dottoranda alla Tufts, era tra gli autori di un articolo critico nei confronti dell’università per la sua posizione sulla guerra. Non è chiaro se sia stata formalmente accusata di un reato.
Passando alla questione Groenlandia, il vicepresidente J.D. Vance ha fatto visita a una base militare americana nel paese, accompagnato dalla moglie e da funzionari dell’amministrazione Trump. La visita è stata criticata dai groenlandesi, poiché Vance non era stato formalmente invitato e ha spesso usato toni minacciosi verso l’Europa, accusando alcuni paesi di atteggiamenti antidemocratici. Già a febbraio, Vance aveva suscitato polemiche con dichiarazioni critiche in Germania e uno scontro con Zelensky alla Casa Bianca. A differenza di Mike Pence, che moderava le posizioni di Trump, Vance le amplifica, promuovendo un approccio più ostile verso l’Europa, specialmente sulla spesa per la difesa. Recentemente, è emersa una chat in cui Vance esprimeva irritazione per il fatto che l’Europa avrebbe beneficiato di un intervento militare americano in Yemen, affermando: «Odio salvare l’Europa». La sua visita in Groenlandia è stata interpretata come una provocazione, poiché Trump ha più volte espresso il desiderio di annettere l’isola. La mossa ha suscitato proteste anche tra gli abitanti e critiche dall’amministrazione locale. Tornando alla visita, Vance ha ripreso la Danimarca per la gestione dell’isola, sostenendo che non stia investendo abbastanza nella difesa e nelle infrastrutture del territorio. Ha affermato inoltre che il territorio starebbe meglio sotto la protezione statunitense, avvertendo che altri paesi potrebbero approfittare di un disinteresse americano (Cina e Russia in primis). Pur escludendo piani immediati per un’espansione militare, Vance ha confermato investimenti in navi e rompighiaccio per la regione. Nel frattempo, in Groenlandia è stato formato un nuovo governo dopo le recenti elezioni.
Ma veniamo alla notizia chiave della settimana (e forse del mese). Il presidente Donald Trump ha annunciato il più grande aumento dei dazi sulle merci straniere degli ultimi decenni, dando inizio a quella che molti definiscono una “guerra commerciale globale”. Le nuove tariffe colpiranno le importazioni oltre 100 paesi senza eccezioni: l’Unione Europea subirà un dazio del 20%, il Regno Unito del 10%, il Giappone del 24% e la Cina del 54%. Canada e Messico, già soggetti a dazi su alcuni prodotti, restano esclusi da ulteriori aumenti. Molti paesi, tra cui l’UE e la Cina, hanno annunciato ritorsioni commerciali. I dazi sono tasse imposte sulle merci importate, che possono essere assorbite dagli importatori americani o trasferite ai consumatori con un aumento dei prezzi. L’entrata in vigore dei dazi base è prevista per il 5 aprile, mentre quelli “reciproci” inizieranno il 9. Da oggi 4 aprile, invece, scatteranno i dazi del 25% sulle auto importate, già annunciati in precedenza. Negli ultimi mesi, le importazioni americane sono aumentate drasticamente per anticipare le nuove tariffe, causando congestione nei porti e un rincaro di molte materie prime, come il rame. Sebbene i dazi siano spesso parte della sua tattica negoziale e soggetti a revisioni, rappresentano ormai lo strumento principale della politica economica statunitense. Trump sostiene che questi provvedimenti aiuteranno a proteggere e rilanciare l’industria manifatturiera americana, colpita dalla concorrenza di paesi come la Cina. Tuttavia, molti economisti dubitano che i dazi possano effettivamente incentivare il ritorno della produzione negli Stati Uniti. Inoltre, il fatto che siano imposti in modo indiscriminato rischia di aumentare i prezzi senza favorire l’industria locale. Come detto, alcuni dei dazi imposti sono stati definiti “reciproci”, destinati ai paesi che, secondo lui, penalizzano gli USA nel commercio internazionale. L’Unione Europea, compresa l’Italia, sarà colpita con un dazio del 20%. Tuttavia, il metodo di calcolo adottato dall’amministrazione Trump non è realmente “reciproco”, ma si basa su una formula semplificata che divide il deficit commerciale con un paese per il totale delle importazioni, dimezzando poi il risultato. Questa formula presuppone, senza basi solide, che il deficit commerciale sia dovuto a pratiche sleali di altri paesi. Trump ha inoltre presentato i dazi come una compensazione per ostacoli commerciali non tariffari, come normative e burocrazia, senza però un calcolo preciso degli impatti economici. Ha citato anche la manipolazione monetaria, attribuita soprattutto alla Cina.
In generale, l’aumento dei dazi ha suscitato preoccupazioni a livello globale, con reazioni negative da governi, imprese e mercati finanziari. L’Unione Europea, colpita da dazi del 20%, ha annunciato possibili contromisure, ma la risposta ufficiale è ancora in preparazione. La presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, ha definito le conseguenze dei dazi “terribili” e ha ribadito che l’Europa non ha iniziato il confronto. Anche Emmanuel Macron ha condannato la decisione di Trump, definendola “brutale” e chiedendo una reazione europea. Il premier spagnolo Sánchez ha annunciato un piano da 14 miliardi per sostenere le imprese colpite. Al contrario, Giorgia Meloni ha assunto una posizione più cauta, rifiutando l’idea di dazi di ritorsione. Paesi asiatici, come la Cina, hanno reagito duramente: Pechino ha imposto dazi del 34% come risposta. Anche Giappone e Israele, alleati storici degli USA, sono stati colpiti. Le imprese internazionali, in particolare quelle automobilistiche come Stellantis e Volkswagen, hanno annunciato tagli e sospensioni operative, temendo gravi perdite economiche e interruzioni della catena di approvvigionamento.
🇺🇦 UCRAINA: NIENTE DA FARE (AL MOMENTO) PER CREARE UNA FORZA MILITARE EUROPEA UNICA. E I NEGOZIATI?

2) Passiamo alle ultime dalla guerra in Ucraina. Alla riunione della “coalizione dei volenterosi” a Parigi, nei giorni scorsi, 31 paesi hanno discusso la creazione di una forza militare europea da inviare in Ucraina per garantire un futuro accordo di pace. Il presidente ucraino Zelensky ha sottolineato l’incertezza su molti aspetti del contingente, inclusa la sua dimensione, i paesi partecipanti e gli obiettivi. Il presidente francese Macron ha confermato che diversi paesi europei hanno aderito, ma senza unanimità. Alcuni stati, come Italia, Polonia, Spagna e Germania, hanno già escluso l’invio di truppe. La funzione principale della “forza di rassicurazione” sarebbe di deterrenza contro un’eventuale aggressione russa, posizionandosi in città strategiche e non al fronte. Macron ha precisato che le forze europee non sarebbero unità di peacekeeping e potrebbero rispondere in caso di attacco. Sulla dimensione del contingente, Zelensky ha richiesto 100 mila soldati, mentre le discussioni si concentrano su numeri tra i 10 e i 30 mila. Resta incerta la partecipazione degli Stati Uniti, il cui supporto logistico e di intelligence sarebbe fondamentale. Macron spera di definire i dettagli operativi entro poche settimane, ma la situazione è complessa, anche a causa delle difficoltà nei rapporti tra Europa e Stati Uniti e dell’assenza dell’Europa nei negoziati con la Russia.
A questo proposito, ci sono stati sviluppi piuttosto confusi nelle ultime settimane. Si è parlato di diversi cessate il fuoco, ma nessun accordo è stato ancora attuato. La Russia continua a prendere tempo, imponendo condizioni sempre più onerose, mentre l’amministrazione Trump sembra accettare compromessi sfavorevoli per l’Ucraina pur di proseguire le trattative. Nei recenti negoziati a Doha, gli Stati Uniti hanno discusso separatamente con Russia e Ucraina. Inizialmente si valutava un cessate il fuoco totale di 30 giorni o uno limitato alle infrastrutture energetiche, ma il risultato finale è stato una tregua navale nel mar Nero e promesse di riduzione delle sanzioni alla Russia. L’Ucraina ha accettato, ma Mosca ha poi avanzato nuove richieste, rallentando ulteriormente il processo. Parallelamente, l’establishment russo ha diffuso proposte estreme, come il commissariamento dell’Ucraina sotto l’ONU, per spostare i termini del negoziato a proprio vantaggio.
🇮🇱 ISRAELE-HAMAS: PROTESTE E NUOVI ORDINI DI EVACUAZIONE SCUOTONO GAZA. INTANTO IN UNGHERIA…

3) Eccoci al Medioriente. Negli ultimi giorni si sono svolte proteste nella Striscia di Gaza contro Hamas e la guerra in corso, con manifestanti che chiedono la fine del governo del gruppo islamista e degli attacchi israeliani, che hanno causato oltre 60mila morti palestinesi. Le proteste, le più estese degli ultimi mesi, sono iniziate a Beit Lahia dopo la ripresa dei bombardamenti israeliani e l’ordine di evacuazione della zona, diffondendosi poi in altre città. Le manifestazioni, nate spontaneamente e sostenute da gruppi come “Bidna Na’eesh” e “Vogliamo dignità”, hanno coinvolto anche esponenti di Fatah e leader locali. Sebbene i manifestanti considerino Israele il principale responsabile della guerra, molti vedono Hamas come parte del problema. Slogan come “Fuori Hamas” sono stati registrati, sebbene alcuni abbiano chiarito che la critica riguarda la gestione del conflitto più che il movimento stesso. Hamas, al potere dal 2006 senza nuove elezioni, governa in modo repressivo e ha storicamente soffocato il dissenso. Tuttavia, il controllo del gruppo sulla Striscia è indebolito dalla guerra, e il rischio di repressione è meno deterrente. Hamas non ha impedito le proteste ma ha cercato di limitarne la visibilità mediatica, mentre alcuni suoi esponenti hanno attribuito le manifestazioni a influenze straniere. Israele, pur evidenziando l’eccezionalità della protesta, non l’ha sostenuta apertamente. Intanto, Fatah potrebbe trarre vantaggio da un possibile calo di sostegno a Hamas, ma al momento non esistono piani concreti per una sua futura gestione della Striscia, mentre le proposte israeliane restano irrealizzabili.
Nel frattempo, il governo ungherese guidato da Viktor Orbán ha annunciato l’uscita dalla Corte penale internazionale, lo stesso giorno in cui il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, su cui pende un mandato d’arresto della Corte, ha visitato il paese. Sebbene l’Ungheria riconosca la giurisdizione della Corte, il primo ministro Viktor Orbán aveva già contestato il mandato e non ha arrestato Netanyahu. L’Ungheria diventerebbe così l’unico stato dell’Unione Europea a lasciare la Corte, anche se il processo burocratico richiederà mesi e dovrà passare dal parlamento, dove il partito di Orbán ha la maggioranza. Il governo ungherese considera il mandato di Netanyahu un atto politicamente motivato, accusando la Corte di parzialità ideologica. Questa decisione riflette il più ampio scontro tra la magistratura internazionale e i partiti populisti ed estremisti di destra.
Tornando a Gaza, ieri decine di migliaia di palestinesi hanno lasciato Rafah, nel sud della Striscia, dopo un ordine di evacuazione dell’esercito israeliano. Israele ha annunciato l’intenzione di creare un corridoio militare che isolerebbe Rafah dal resto della Striscia e ha chiesto agli abitanti di abbandonare l’area. Secondo l’UNRWA, oltre 140mila persone sarebbero coinvolte. Israele prevede nuove operazioni militari nella zona, mentre testimoni parlano di demolizioni diffuse. Altri ordini di evacuazione hanno colpito Shijaiyah e parte di Jabalia. Mercoledì, attacchi in varie zone hanno causato decine di morti, tra cui almeno 29 persone in una scuola usata come rifugio.
🇲🇲 MYANMAR: UN TRAGICO TERREMOTO COLPISCE IL PAESE, MENTRE GIUNTA MILITARE E RIBELLI NON INTERROMPONO LE OSTILITÀ

4) Un violento terremoto di magnitudo 7.7 ha colpito il Myanmar lo scorso venerdì mattina, causando almeno 2.700 morti e oltre 3.000 feriti, secondo le cifre fornite dalla giunta militare al potere. Il sisma ha avuto epicentro vicino a Mandalay, a circa 250 km dalla capitale Naypyidaw, e ha provocato ingenti danni nella parte centrale del paese, dove numerosi edifici sono crollati, strade sono state distrutte e un ponte sul fiume Irrawaddy è crollato. L’ONU ha segnalato danni significativi e il principale ospedale di Mandalay è in grave difficoltà, con pazienti curati all’aperto a causa della carenza di materiali medici. Anche Bangkok, in Thailandia, a circa 1.000 km dall’epicentro, ha subito danni. Il crollo di un grattacielo in costruzione ha causato almeno nove morti e molte persone risultano ancora disperse. Le autorità thailandesi hanno dichiarato la città “zona colpita da disastro”, chiudendo temporaneamente alcune infrastrutture di trasporto e la borsa valori. La città di Sagaing, situata vicino all’epicentro e abitata da circa 300.000 persone, ha subito la distruzione dell’80% degli edifici. Tuttavia, gli aiuti umanitari faticano a raggiungere la zona a causa del blocco imposto dal regime militare, che ostacola i soccorsi nelle aree controllate dai ribelli, attivi nella guerra civile in corso da quattro anni. L’accesso dei giornalisti internazionali è severamente limitato, rendendo difficile ottenere informazioni precise. La regione di Sagaing era già priva di servizi essenziali prima del sisma, con elettricità e acqua pulita scarse o assenti. Nonostante la crisi umanitaria, l’esercito ha continuato ad attaccare le zone ribelli, con bombardamenti segnalati nel nord del paese, causando ulteriori vittime.
🇫🇷 FRANCIA: CONDANNATA PER APPROPRIAZIONE INDEBITA MARINE LE PEN, LEADER DEL PARTITO RASSEMBLEMENT NATIONAL

5) Il tribunale di Parigi ha condannato Marine Le Pen, leader del partito di estrema destra Rassemblement National, a quattro anni di carcere (due con pena sospesa e due con braccialetto elettronico), a cinque anni di ineleggibilità e a una multa di 100mila euro per appropriazione indebita di fondi pubblici del Parlamento europeo. Nonostante il ricorso annunciato, l’ineleggibilità ha effetto immediato, impedendole di candidarsi alle elezioni, comprese le presidenziali del 2027. La sentenza riguarda un’indagine su fondi europei usati impropriamente tra il 2004 e il 2016 per pagare assistenti parlamentari che in realtà lavoravano per il partito in Francia. Anche altre 23 persone, tra cui ex eurodeputati e assistenti, sono state condannate, mentre solo una è stata assolta. Il tribunale ha stimato l’ammontare dei fondi sottratti in 2,9 milioni di euro e ha inflitto al Rassemblement National una multa di 2 milioni di euro. Le indagini, iniziate nel 2016, hanno individuato un sistema di appropriazione indebita avviato sotto la guida di Jean-Marie Le Pen e proseguito da Marine Le Pen dal 2011, con un’accelerazione dopo le elezioni europee del 2014. Le Pen ha respinto le accuse, dichiarandosi vittima di una decisione politica e confermando che farà appello per ottenere una sentenza prima delle presidenziali del 2027. La condanna ha suscitato reazioni politiche. Leader di estrema destra come Viktor Orbán e Geert Wilders, oltre a Matteo Salvini, hanno criticato la decisione. Anche Jean-Luc Mélenchon e France Insoumise hanno contestato l’applicazione immediata dell’ineleggibilità, pur accogliendo positivamente la condanna. Il partito del quale la Le Pen fa parte, Rassemblement National, non sembra avere un piano per gestire la situazione. Le Pen ha respinto l’idea di essere sostituita, ma il partito potrebbe affidarsi a Jordan Bardella, attuale presidente, anche se la sua leadership è considerata subordinata a quella di Le Pen e alcuni dubitano della sua esperienza.
🇹🇷 TURCHIA: PROSEGUONO LE PROTESTE DOPO L’ARRESTO DEL SINDACO DI ISTANBUL IMAMOGLU. BLOCCATI ANCHE I MEDIA

6) Sabato scorso a Istanbul, centinaia di migliaia di persone hanno partecipato a una grande manifestazione organizzata dal Partito Repubblicano Popolare (CHP), principale forza di opposizione in Turchia. La protesta è nata in risposta all’arresto del sindaco di Istanbul, Ekrem Imamoglu, accusato di corruzione e terrorismo, e visto da molti come un tentativo di ostacolare la sua candidatura alle elezioni presidenziali del 2028. Il leader del CHP, Özgür Özel, ha dichiarato che l’evento ha riunito 2,2 milioni di persone, cifra difficile da verificare, ma che conferma l’ampia partecipazione. Durante la manifestazione si sono sentiti slogan che richiamavano le proteste di piazza Taksim del 2013, e Özel ha annunciato l’intenzione di rendere questi raduni un appuntamento settimanale. Le proteste erano iniziate subito dopo l’arresto di Imamoglu, sospeso dall’incarico e sostituito mercoledì. Considerato un leader promettente dell’opposizione, egli aveva recentemente vinto le primarie del CHP, partito di centrosinistra con elementi nazionalisti. Il governo di Erdogan ha risposto con misure repressive, arrestando quasi 2mila persone e affrontando scontri con i manifestanti. Tra gli arrestati figurano giornalisti, studenti e un reporter svedese, mentre un inviato della BBC è stato espulso. Inoltre, il governo ha imposto restrizioni all’informazione e bloccato centinaia di account sui social network, giustificando la censura con la necessità di limitare i messaggi d’odio.
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Andiamo alle brevi, di corsa 👇
🇭🇹 Mercoledì a Port-au-Prince, capitale di Haiti, migliaia di persone hanno protestato contro il governo, accusato di incapacità nel contrastare le bande criminali che controllano gran parte del paese. Le manifestazioni, inizialmente pacifiche, sono degenerate in scontri armati con le forze di sicurezza. I dimostranti chiedono la destituzione del consiglio presidenziale di transizione, insediato nell’aprile 2024. Haiti, tra i paesi più poveri al mondo, vive una grave crisi politica e umanitaria, con l’85% della capitale in mano alle gang. Negli ultimi mesi, queste hanno attaccato prigioni, ospedali e compiuto massacri. La popolazione è in fuga e molte ONG hanno abbandonato il territorio. Nonostante il sostegno ONU, la polizia è insufficiente, e i comitati di autodifesa cittadini risultano deboli rispetto alle bande armate.
🇫🇷 Martedì l’Assemblea Nazionale francese ha approvato una modifica al Codice penale che introduce il concetto di “consenso” nella definizione di stupro e aggressione sessuale. La nuova legge mantiene i criteri esistenti (violenza, coercizione, minaccia o sorpresa), ma stabilisce che uno stupro è qualsiasi atto sessuale privo di consenso libero, informato, esplicito e revocabile. La proposta, sostenuta dal governo centrista, è stata approvata con 161 voti favorevoli e 56 contrari e dovrà ora passare al Senato. Il dibattito è stato influenzato dal caso Pelicot e dalla pressione di associazioni femministe. I critici, sia di destra che di sinistra, temono conseguenze legali indesiderate, mentre i sostenitori ritengono che il nuovo modello possa ridurre le archiviazioni delle denunce, oggi molto elevate.
🇰🇷 In Corea del Sud sono in corso gravi incendi che minacciano importanti siti storici e culturali. Le fiamme, iniziate venerdì scorso, hanno causato almeno 26 vittime, soprattutto anziani, e rappresentano i peggiori incendi nella storia del paese. Il tempio buddista di Gounsa, fondato nel 681, ha subito gravi danni con oltre 30 edifici distrutti, tra cui due tesori nazionali. Prima dell’arrivo del fuoco, sono state messe in salvo diverse opere d’arte, inclusa una preziosa statua del Buddha. Altri siti danneggiati includono il tempio di Unramsa. Le fiamme minacciano anche Hahoe, villaggio patrimonio Unesco, e i siti storici di Byeongsanseowon e Bongjeongsa, protetti con tessuti ignifughi e acqua.
🇮🇹 Il Consiglio dei ministri ha approvato una riforma della cittadinanza italiana basata sullo ius sanguinis per limitare gli abusi e rafforzare il legame con l’Italia. Finora regolata da una legge del 1992, la cittadinanza si trasmetteva senza limiti di generazione a chiunque avesse antenati italiani. Il nuovo decreto prevede che solo i discendenti entro due generazioni da un italiano nato in Italia siano automaticamente cittadini. Inoltre, chi nasce all’estero dovrà dimostrare un legame concreto con l’Italia. Il governo prevede anche obblighi di esercizio della cittadinanza ogni 25 anni e limiti di età per la registrazione degli atti di nascita. I procedimenti verranno centralizzati presso un nuovo ufficio del ministero degli Esteri e la tassa per la richiesta salirà a 700 euro.
✝️ Negli ultimi giorni, i femminicidi di Ilaria Sula e Sara Campanella hanno scatenato proteste in tutta Italia, con migliaia di persone scese in piazza. Le manifestazioni principali, promosse da Non Una Di Meno, associazioni studentesche e centri antiviolenza, si sono svolte a Bologna, Roma, Milano, Firenze, Messina, Palermo, Ferrara e Terni. È stata criticata una dichiarazione del ministro della Giustizia Nordio che ha fatto riferimento alle «etnie» degli aggressori, nonostante i dati Istat indichino che la maggior parte dei femminicidi è commessa da italiani. È stata inoltre contestata una nuova legge che introduce il reato di femminicidio con ergastolo, ritenuta insufficiente senza un piano di prevenzione sociale e culturale. Simbolicamente, durante le proteste sono state alzate in aria delle chiavi per denunciare che la violenza avviene spesso in ambito domestico.
Alla prossima 👋



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