La Groenlandia risponde alle mire espansionistiche degli USA | Trump inaugura il discusso Board of Peace, ma fa un passo indietro al World Economic Forum di Davos
Con un po’ di ritardo. Chiedo scusa.
Settimana piuttosto intensa e ricca di informazioni da analizzare. Tre scenari interconnessi, più uno bonus. Partiamo dalle ultime sulla questione Groenlandia – USA, passando poi a un focus sullo stato dell’arte del nuovo Board of peace di Donald Trump e chiudendo infine con quanto è emerso dal World Economic Forum di Davos, dove le due situazioni si sono incrociate. In chiusura, mettiamo il punto sull’Iran. Per ora.
Cominciamo subito 👇
🇬🇱 GROENLANDIA: DAZI COME RISPOSTA DI TRUMP ALLE PROTESTE E ALL’INVIO DI SOLDATI SULL’ISOLA. ENTRERANNO IN VIGORE?

1) Come detto, partiamo dalla Groenlandia. Sabato scorso si sono svolte manifestazioni di protesta sull’isola e in Danimarca contro le dichiarazioni e le intenzioni espansionistiche del presidente statunitense Donald Trump sulla Groenlandia. A Nuuk centinaia di persone hanno manifestato davanti al consolato degli Stati Uniti, alla presenza del primo ministro groenlandese Jens-Frederik Nielsen; a Copenaghen un corteo dal municipio all’ambasciata statunitense avrebbe coinvolto oltre 15mila persone secondo gli organizzatori, mentre la polizia non ha fornito stime ufficiali. Proteste si sono tenute anche in altre città danesi, con cartelli e slogan contro un’eventuale annessione dell’isola, territorio autonomo del Regno di Danimarca. Le tensioni sono aumentate dopo che gli Stati Uniti hanno ventilato l’ipotesi di assumerne il controllo, senza escludere l’uso della forza, mentre sull’isola sono arrivati soldati di alcuni paesi europei in una missione a carattere esplorativo e deterrente, di dimensioni limitate e dal forte valore simbolico, trattandosi della prima operazione coordinata di paesi NATO in Groenlandia senza il coinvolgimento diretto degli Stati Uniti.
Nello stesso contesto Trump ha annunciato l’introduzione di nuovi dazi contro otto paesi europei — Danimarca, Norvegia, Svezia, Francia, Germania, Regno Unito, Paesi Bassi e Finlandia — che avevano partecipato all’iniziativa militare. Secondo il presidente statunitense, l’invio di soldati europei costituirebbe una minaccia alla sicurezza globale; Trump ha affermato che Cina e Russia ambirebbero alla Groenlandia e che solo gli Stati Uniti potrebbero garantirne la protezione. I dazi, annunciati su Truth, prevedono un’aliquota del 10 per cento su tutte le merci esportate negli Stati Uniti a partire dal 1° febbraio, destinata a salire al 25 per cento dal 1° giugno 2026, e resteranno in vigore fino al raggiungimento di un accordo per l’“acquisto” o la “vendita totale” della Groenlandia. Le nuove misure si sono aggiunte ai dazi del 15 per cento già imposti all’Unione Europea durante l’estate.
I paesi coinvolti hanno promesso una risposta unitaria, definendo i dazi inaccettabili e ribadendo, insieme alla Commissione e al Consiglio europeo, la solidarietà alla Danimarca e alla Groenlandia. I leader europei, tra cui Emmanuel Macron, Keir Starmer, Ulf Kristersson e Jonas Gahr Støre, hanno sottolineato che la presenza militare europea, composta da poche decine di soldati e di natura esercitativa, mira esclusivamente a rafforzare la sicurezza nell’Artico senza minacciare alcun paese, condannando le minacce statunitensi e auspicando un coordinamento comune. Secondo diversi osservatori, la scelta di colpire solo alcuni Stati membri mirerebbe a dividere l’Unione Europea, ma un eventuale allineamento con Washington violerebbe la politica commerciale comune.
Sin da subito è stata incerta l’applicabilità dei dazi a singoli paesi, dato che l’Unione Europea dispone di un’unione doganale e di una politica commerciale unitaria; esistono tuttavia precedenti, come il dazio statunitense sulle olive nere spagnole introdotto nel 2018, più volte contestato e giudicato ingiustificato dal WTO. Anche i nuovi dazi annunciati risultano in contrasto con le regole dell’Organizzazione mondiale del commercio perché motivati da ragioni politiche, sebbene casi analoghi abbiano già prodotto effetti concreti sui mercati. In risposta all’annuncio, è stata convocata una riunione d’emergenza dei rappresentanti permanenti presso l’UE e successivamente un incontro dei 27 governi a Bruxelles per definire una posizione comune.
E l’Italia? Ha mantenuto un atteggiamento più prudente rispetto ad altri partner: non ha partecipato all’esercitazione in Groenlandia, ha richiesto un maggiore coordinamento in ambito NATO e la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha definito l’annuncio dei dazi un “errore”, evitando ulteriori commenti. Nel frattempo, il governo groenlandese ha ribadito di non voler essere annesso agli Stati Uniti, mentre la Danimarca ha adottato toni più concilianti, richiamando il carattere simbolico e difensivo dell’iniziativa militare europea.
🇮🇱 PRENDE FORMA IL BOARD OF PEACE DI DONALD TRUMP, TRA ESCLUSIONI ECCELLENTI E IDEE POCO CHIARE. INTANTO IN ISRAELE…

2) Focalizziamoci ora sulla questione n.2. La Casa Bianca ha annunciato alcuni membri del “consiglio di pace”, organismo previsto dalla seconda fase dell’accordo tra Israele e Hamas per la gestione della Striscia di Gaza, avviata mercoledì della scorsa settimana. Il consiglio dovrà supervisionare il Comitato nazionale per l’amministrazione di Gaza, composto in gran parte da tecnici palestinesi e incaricato di governare la Striscia esautorando Hamas, anche se restano molte incertezze sul suo funzionamento e sui tempi di insediamento. Il consiglio include, tra gli altri, il segretario di Stato Marco Rubio, Steve Witkoff, Tony Blair, Jared Kushner, Ajay Banga, Marc Rowan e Robert Gabriel Jr., ed è presieduto da Donald Trump. Al momento non ne fa parte alcun rappresentante palestinese e sono previste ulteriori nomine. A differenza di organismi simili, il consiglio appare strettamente legato all’amministrazione Trump. La fase due dell’accordo prevede anche il disarmo di Hamas e il ritiro completo dell’esercito israeliano da Gaza, obiettivi che al momento appaiono lontani.
Dal canto suo, dal 1° gennaio Israele ha vietato a 37 organizzazioni umanitarie di operare nella Striscia di Gaza, concedendo loro due mesi per lasciare il territorio dopo il rifiuto di fornire l’elenco dei dipendenti palestinesi, richiesto per verificare presunti legami con gruppi terroristici. Nonostante appelli internazionali, il divieto è entrato in vigore nelle ultime settimane, aggravando una situazione già critica. Diverse ong riferiscono di un contesto sempre più incerto e caotico. Medici Senza Frontiere non può più far entrare operatori internazionali e ha ricevuto l’ordine di cessare le attività entro fine febbraio, pur continuando a curare un alto numero di feriti con mezzi limitati. L’organizzazione denuncia il blocco delle attrezzature mediche e l’assenza di dialogo con il governo israeliano, nonostante ingenti fondi già stanziati per il futuro. Anche il Danish Refugee Council ha ricevuto l’ordine di lasciare Gaza, interrompendo attività cruciali legate alla gestione degli ordigni inesplosi e al supporto alle vittime. Il mancato rinnovo dei permessi impedisce l’ingresso di personale specializzato e rischia di paralizzare il sostegno agli operatori locali. Altre ong, tra cui Oxfam e ActionAid, sono in una situazione di incertezza, con camion bloccati ai confini e forti limitazioni all’ingresso di materiali essenziali. Tutte segnalano che il blocco rende sempre più difficile mantenere gli aiuti alla popolazione civile.
Sul campo, gli accordi per il cessate il fuoco nella Striscia di Gaza prevedevano una “linea gialla”, un confine temporaneo interno oltre il quale l’esercito israeliano avrebbe dovuto ritirarsi, in attesa di un successivo abbandono completo della Striscia. A tre mesi dall’entrata in vigore del cessate il fuoco, però, la seconda fase dell’accordo non è stata attuata e l’esercito israeliano ha progressivamente esteso la propria presenza verso ovest, demolendo edifici e uccidendo palestinesi che si avvicinano alla linea. La linea è segnalata da blocchi di cemento gialli, non continui lungo tutto il tracciato, rendendo difficile per i civili capire i confini delle aree controllate. Questa situazione ha creato una zona grigia in cui, dal 10 ottobre, almeno 77 palestinesi sono stati uccisi nei pressi della linea. In alcuni casi l’esercito ha riconosciuto che si trattava di civili, come nel caso di un ragazzo di 17 anni ucciso a Jabalia, mentre in altri ha parlato di persone sospettate di voler compiere attacchi o attraversare la linea. Analisi satellitari indicano che tra ottobre e gennaio i blocchi sono stati spostati più volte, consentendo a Israele di occupare ulteriore territorio, dove sono proseguite demolizioni e sono stati creati avamposti militari. Esponenti del governo e dell’esercito israeliano hanno più volte definito la linea come un possibile “nuovo confine”, ipotizzando un controllo militare duraturo. Secondo queste dichiarazioni, l’obiettivo sarebbe creare una zona cuscinetto permanente che ridurrebbe ulteriormente lo spazio abitabile per i palestinesi e includerebbe terre coltivabili, punti strategici e i principali valichi.
Tornando al cosiddetto Board of Peace promosso da Donald Trump, oltre agli inviti ha generato nello stesso tempo anche forte cautela tra i leader internazionali, poiché l’iniziativa appare politicamente e giuridicamente rischiosa. Il presidente francese Emmanuel Macron ha rifiutato pubblicamente, suscitando la reazione dura di Trump, e rendendo incerto se l’inclusione nella lista sia un vantaggio o un problema. Finora gli invitati sono 52, ma solo otto Paesi hanno confermato l’adesione: Argentina, Ungheria, Kazakistan, Uzbekistan, Marocco, Albania, Vietnam ed Emirati Arabi Uniti. La maggior parte dei governi sta ancora valutando l’iniziativa o consultando i propri partner. Trump avrebbe voluto chiudere l’accordo rapidamente, già al forum di Davos (ci torneremo), ma i tempi appaiono incompatibili con la complessità del progetto. La questione è stata discussa anche dai 27 Paesi UE in un vertice straordinario, dove sono emerse forti critiche al documento, giudicato destabilizzante per l’ONU. Pesano inoltre le presenze di leader come Vladimir Putin e Alexander Lukashenko, mentre Volodymyr Zelensky ha preso tempo, sottolineando le difficoltà di cooperazione. Nato per la ricostruzione palestinese, il Board avrebbe ora un mandato molto più ampio e poco definito, alimentando interrogativi sulle reali intenzioni dell’iniziativa. Ciò che ai più appare infatti è che il Consiglio sia stato invece proposto come un’alleanza internazionale di capi di Stato. Tra i paesi invitati figurano anche attori considerati paradossali, come Israele, Russia (come detto), Cina e Bielorussia, oltre all’Italia, che ha poi declinato l’invito. Dalle lettere inviate emerge che l’obiettivo dichiarato non è solo la pace in Medio Oriente, ma la risoluzione di un più ampio “conflitto globale”. Trump ha affermato che il Consiglio potrebbe persino sostituire le Nazioni Unite, giudicate inefficaci. Le bozze dello statuto delineano un organismo simile all’ONU ma con poteri fortemente concentrati nelle mani del presidente, incluso l’ingresso dei membri e l’agenda. È prevista anche la possibilità di ottenere un seggio permanente tramite una donazione di un miliardo di dollari. Resta incerto se il progetto diventerà operativo, mentre diversi paesi europei hanno già rifiutato di partecipare e altri stanno valutando.
Più nello specifico, per ciò che concerne l’eventuale partecipazione dell’Italia al Board, a prevalere sono state le diffidenze legate a funzionamenti poco chiari, regole d’ingaggio atipiche e potenzialmente in contrasto con la Costituzione, oltre al possibile coinvolgimento di leader come Vladimir Putin e Aleksandr Lukashenko. Inizialmente Meloni aveva mostrato entusiasmo e disponibilità, considerandolo un riconoscimento del ruolo internazionale dell’Italia e del rapporto con Trump. I dubbi sono aumentati con il ritardo e l’incompletezza delle informazioni fornite dagli Stati Uniti, le richieste di impegni finanziari rilevanti e la scarsa chiarezza sul rapporto con l’ONU e sui reali margini decisionali dei paesi aderenti. Determinanti sono stati anche i timori politici interni, le perplessità espresse da partner europei e dal Vaticano, e le obiezioni di carattere costituzionale legate alla posizione subalterna prevista per gli Stati membri. Dopo una riunione ristretta a Palazzo Chigi, Meloni ha quindi rinunciato, mentre il suo staff ha gestito la vicenda con riserbo e incertezza fino all’annuncio finale.
🌐 WORLD ECONOMIC FORUM DI DAVOS 2026: LE PAROLE DI TRUMP, MACRON E LE ULTIME DECISIONI SULLA GROENLANDIA

3) Eccoci qui, è il momento del World Economic Forum, dove ogni questione degna di nota è stata trattata quest’anno. Per oltre cinquant’anni l’evento di Davos è stato il simbolo di una visione del futuro fondata su libero commercio, globalizzazione, democrazia liberale e tutela dell’ambiente. Con il ritorno di Donald Trump sulla scena internazionale, però, questa impostazione è stata profondamente ridimensionata. In vista della sua partecipazione a Davos, il Forum ha ceduto alla sua influenza, attenuando o accantonando molti dei temi storicamente centrali. Trump ci è arrivato dopo settimane segnate da azioni e minacce aggressive sul piano geopolitico ed economico, che hanno messo in crisi l’ordine internazionale. Di fronte a questo contesto, l’organizzazione del Forum ha ridotto drasticamente l’attenzione su clima, tassazione equa e libero scambio, privilegiando invece crescita economica, innovazione e investimenti. Anche il linguaggio ufficiale è diventato più vago, evitando riferimenti espliciti a temi sgraditi all’amministrazione statunitense. Il cambiamento avviene mentre il Forum attraversa una fase di transizione nella leadership, con l’uscita di Klaus Schwab e l’arrivo ad interim di Larry Fink, che ha ridimensionato le sue precedenti posizioni sulla transizione climatica. Altri membri di rilievo, come Marc Benioff, hanno modificato le proprie posizioni politiche. Questo nuovo corso sta rendendo Davos più accogliente anche per figure che in passato lo criticavano, mentre alcuni leader europei partecipano con l’obiettivo di contenere le ambizioni di Trump.
A intervenire al Forum in primis è stato il presidente francese Emmanuel Macron, che ha affermato che Francia ed Europa non si lasceranno intimidire né accetteranno passivamente la “legge del più forte”, riferendosi alle pressioni del presidente statunitense Donald Trump. Macron ha criticato le minacce di nuovi dazi degli Stati Uniti verso l’Unione Europea, legate anche al tentativo di Washington di rafforzare il proprio controllo sulla Groenlandia. Nel suo discorso, dai toni più duri rispetto a quelli di altri leader europei, ha definito tali atteggiamenti una forma di colonialismo e vassallaggio, ribadendo la preferenza per il rispetto e lo stato di diritto. Ha giudicato inaccettabile l’uso dei dazi come strumento di potere e di pressione sulla sovranità dei territori. Le dichiarazioni sono arrivate dopo l’annuncio di nuovi dazi contro paesi europei coinvolti in missioni in Groenlandia (come abbiamo visto) e, per di più, la minaccia di tariffe molto elevate su vino e champagne francesi, a cui l’Unione Europea ha risposto sospendendo la ratifica di un accordo commerciale con gli Stati Uniti.
Contemporaneamente, le minacce di Donald Trump sull’annessione della Groenlandia hanno assunto un ruolo centrale nel dibattito internazionale, oscurando la guerra in Ucraina e interrompendo i negoziati per la sua conclusione. Durante il Forum di Davos sono stati sospesi i colloqui sul “piano per la prosperità” dell’Ucraina, un accordo da 800 miliardi di dollari che avrebbe dovuto coinvolgere anche il presidente ucraino Volodymyr Zelensky. La proposta di Trump di un “consiglio di pace” per Gaza, che includerebbe anche la Russia, alimenta ulteriori tensioni con l’Unione Europea. Mosca osserva con favore la situazione: il ministro degli Esteri Sergei Lavrov ha paragonato la Groenlandia alla Crimea, mentre il Cremlino auspica che la crisi possa indebolire o porre fine alla NATO, obiettivo storico della politica russa.
Tuttavia, è stato proprio l’intervento di Trump il più atteso, nonché il più sorprendente. Il presidente statunitense ha ridimensionato le minacce più dure verso i paesi europei sulla questione della Groenlandia, affermando a Davos di non voler ricorrere alla forza militare né imporre nuovi dazi agli Stati europei presenti sull’isola. Pur sostenendo di aver raggiunto un’intesa preliminare su un futuro accordo per la Groenlandia e l’Artico, non ha fornito dettagli e ha ribadito l’aspettativa di negoziati per l’acquisto dell’isola dalla Danimarca. Trump ha comunque mantenuto toni ambigui e minacciosi, sostenendo che gli Stati Uniti potrebbero ottenere il controllo della Groenlandia senza usare la forza, facendo pressione sugli alleati. Danimarca e Groenlandia hanno ribadito il loro rifiuto a qualsiasi cessione, mentre il ministro degli Esteri danese ha accolto positivamente l’esclusione dell’opzione militare, sottolineando però che le ambizioni di Trump restano. Nel suo intervento, Trump ha confuso più volte Groenlandia e Islanda, minimizzato le implicazioni per la NATO e pronunciato varie dichiarazioni fuori tema, mentre l’annuncio di rinunciare a nuovi dazi ha avuto effetti positivi sui mercati statunitensi.
In chiusura, degno di nota anche l’intervento del primo ministro canadese Mark Carney, che ha delineato una visione critica della crisi dell’ordine mondiale: secondo lui, le grandi potenze, in particolare gli Stati Uniti, violano regole e istituzioni internazionali, mettendo in discussione la stabilità globale. Carney ha sottolineato che le medie potenze, come il Canada, devono adattarsi a questa nuova realtà sviluppando autonomia strategica, diversificando commercio, energia e risorse, e rafforzando la propria economia interna. Il Canada sta puntando su un «realismo basato sui valori», combinando principi come sovranità, diritti umani e integrità territoriale con pragmatismo nelle relazioni internazionali. Il paese sta investendo in difesa, infrastrutture e nuove partnership globali, promuovendo coalizioni flessibili per affrontare sfide economiche, tecnologiche e geopolitiche. Carney ha invitato le medie potenze a “vivere nella verità”, smettendo di fingere l’efficacia del vecchio ordine internazionale e costruendo insieme un sistema più giusto, resiliente e cooperativo.
🇮🇷 IRAN: NONOSTANTE IL BLOCCO DI INTERNET E DEI MEDIA, RISULTANO INTERROTTE LE PROTESTE NEL PAESE. MA IL REGIME NON SI FERMA

4) Chiudiamo con l’Iran. L’ayatollah Ali Khamenei ha ammesso per la prima volta pubblicamente che durante le recenti proteste in Iran sono state uccise migliaia di persone, definendo alcune morti «disumane e brutali», ma attribuendone la responsabilità a Stati Uniti e Israele. Secondo la versione ufficiale del regime, le vittime sarebbero state causate da presunte “forze terroristiche” ispirate dall’estero, accusate di incendi e attacchi a moschee, negozi e mercati. Khamenei ha inoltre accusato l’ex presidente statunitense Trump di essere direttamente responsabile per il suo sostegno alle manifestazioni e ha definito i manifestanti «servi» e «soldati» di Israele e degli Stati Uniti, invocando punizioni severe. L’agenzia HRANA ha identificato oltre tremila morti durante le proteste, un numero nettamente superiore a quello delle manifestazioni del 2022. Il dato complessivo resta però non verificabile a causa del blocco di internet e dell’assenza di media liberi nel paese.
Tuttavia, secondo le informazioni disponibili, negli ultimi giorni le grandi proteste iniziate in Iran a fine dicembre sembrano essersi interrotte dopo una repressione estremamente violenta da parte del regime, che avrebbe causato migliaia di morti, a fronte di cifre ufficiali molto più basse. Fonti citate da Reuters e Associated Press riferiscono che a Teheran la situazione appare relativamente tranquilla, con assenza di manifestazioni significative, sebbene siano stati segnalati droni di sorveglianza. Proteste sporadiche sarebbero avvenute nel nordovest del paese e un’associazione curdo-iraniana ha denunciato l’uccisione di una donna da parte delle forze governative a Karaj. Nelle ultime ore la connessione starebbe gradualmente riprendendo in alcune aree, inclusa Teheran. Il presidente statunitense Donald Trump ha dichiarato che l’Iran avrebbe annullato 800 impiccagioni previste, affermazione non confermata dalle autorità iraniane. Negli stessi giorni Trump aveva minacciato un possibile intervento militare a sostegno delle proteste, ipotesi poi rientrata, mentre le manifestazioni risultavano già soffocate.
Intanto la magistratura locale ha aperto indagini su 25 persone note per il loro sostegno alle proteste e ha ordinato il sequestro dei loro beni, oltre alla chiusura di circa sessanta bar accusati di aver favorito le manifestazioni. Le uccisioni confermate oscillano tra 3.428 e 4.519, secondo ong iraniane all’estero, ma il numero reale sarebbe più alto e lo stesso regime ha parlato di “migliaia” di morti. Le autorità attribuiscono le violenze a nemici esterni e giustificano i sequestri come risarcimento dei danni causati dalle proteste. La repressione colpisce anche personaggi famosi, tra cui atleti e attori, indagati per presunto sostegno al terrorismo. Diversi artisti sono stati interrogati o intimiditi, mentre il quotidiano riformista Ham-Mihan è stato chiuso per aver raccontato le proteste e le uccisioni. Il regime sta inoltre cercando di ostacolare ulteriormente la diffusione di informazioni verso l’estero, criminalizzando i contatti con media dell’opposizione. Nonostante ciò, grazie a testimoni e media indipendenti all’estero emergono nuovi dettagli, tra cui perquisizioni casa per casa e tracce di sangue rimaste visibili nelle strade dopo le manifestazioni.
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Andiamo a delle brevi molto ricche 👇
🇺🇦 Si è conclusa la prima sessione dell’incontro tra le delegazioni di Russia, Stati Uniti e Ucraina, che riprenderà oggi ad Abu Dhabi e potrebbe durare fino a domani. È la prima riunione nota che vede coinvolte tutte e tre le parti dall’inizio della guerra, anche se sono emerse poche informazioni sui contenuti, tra cui il tema delle concessioni territoriali. Le delegazioni sono di alto livello, pur senza la presenza di capi di Stato o ministri degli Esteri, e includono rappresentanti chiave di intelligence, sicurezza e negoziato. Il formato dei colloqui è stato misto, con momenti congiunti e incontri separati. I precedenti tentativi di porre fine al conflitto sono falliti, anche per le condizioni poste dalla Russia, ritenute inaccettabili dall’Ucraina, soprattutto sulla sovranità del Donbas. Zelensky ha ribadito che la questione territoriale resta centrale e ha ricordato le concessioni già fatte da Kiev, inclusa la rinuncia all’ingresso nella NATO. Parallelamente, il presidente ucraino ha dichiarato di aver finalizzato con Trump i termini di un accordo sulle garanzie di sicurezza, il cui contenuto non è ancora pubblico e dovrà essere approvato dai rispettivi parlamenti.
🇪🇦 Un rapporto preliminare della Commissione investigativa sugli incidenti ferroviari (CIAF) ha analizzato le possibili cause del deragliamento avvenuto domenica ad Adamuz, nel sud della Spagna, che ha provocato 45 morti e 120 feriti. Il documento, molto prudente, non individua responsabilità definitive poiché le indagini sono ancora in corso, ma si concentra sulla rottura di una saldatura tra due segmenti di rotaia, indicata come possibile causa. Secondo la commissione, la rottura sarebbe precedente all’incidente, come suggeriscono incisioni rilevate sulle ruote del primo treno deragliato. La dinamica ipotizzata prevede che le ruote abbiano urtato un tratto di binario non congiunto e quindi più alto, creando un “gradino” che ha danneggiato le ruote. Segni simili sono stati trovati anche su altri tre treni transitati sullo stesso binario nelle ore precedenti. Per questo la CIAF ha richiesto ulteriori analisi sui convogli passati nelle 48 ore precedenti. Le conclusioni definitive saranno contenute nel rapporto finale, atteso tra alcuni mesi.
🌪️ Negli ultimi due giorni il ciclone Harry ha colpito duramente Sicilia, Calabria e Sardegna, devastando le coste, distruggendo porti turistici, allagando strade e causando frane e danni a centinaia di abitazioni, con stime che in Sicilia superano il mezzo miliardo di euro. Nonostante l’eccezionalità dell’evento, non si registrano vittime e solo un ferito lieve, grazie alle chiusure preventive di scuole e uffici e alle evacuazioni nelle aree più a rischio. Le zone più colpite sono state le coste ioniche, con venti fino a 150 km/h e onde alte fino a 9 metri che hanno provocato allagamenti, blackout e gravi danni alle infrastrutture, inclusi strade statali e collegamenti ferroviari. La Protezione civile ha mobilitato migliaia di operatori e volontari e attivato centinaia di centri operativi locali. Il presidente della Regione Sicilia ha annunciato la richiesta dello stato di emergenza nazionale. Le autorità e gli esperti hanno sottolineato l’efficacia del sistema di allerta e prevenzione, pur richiamando alla necessità di migliorare l’informazione e di mantenere alta l’attenzione nei prossimi giorni per il rischio persistente di frane.
🌐 Il Parlamento europeo ha approvato, con una maggioranza risicata, la richiesta di rinviare alla Corte di giustizia dell’Unione europea l’accordo commerciale Ue-Mercosur per un parere sulla sua compatibilità con i Trattati, congelandone di fatto la ratifica finale. La decisione, sostenuta da eurodeputati della Sinistra Ue, dei Verdi e di parte dei Liberali, comporterà un’attesa di mesi prima di un nuovo voto dell’Eurocamera. La Commissione europea ha espresso rammarico, sostenendo che le questioni sollevate siano già state affrontate, mentre i Verdi rivendicano il rinvio come tutela dello Stato di diritto e degli standard europei. Posizioni opposte sono emerse tra i gruppi politici, con divisioni interne significative e un peso decisivo delle delegazioni di Francia, Romania, Polonia e Grecia. Il voto è stato accolto con soddisfazione dagli agricoltori in protesta a Strasburgo, che considerano il rinvio una vittoria contro l’accordo. Parallelamente, la Commissione ribadisce l’importanza strategica dell’intesa e auspica tempi rapidi per l’esame della Corte.
🇫🇷 Il primo ministro francese Sébastien Lecornu ha annunciato il ricorso all’articolo 49.3 della Costituzione per far approvare la legge di bilancio senza voto parlamentare, dopo mesi di mancata maggioranza. La scelta è politicamente rilevante perché Lecornu aveva promesso di non usarlo, nell’ambito delle concessioni ai Socialisti, e perché lo strumento è criticato per l’uso frequente da parte dei governi centristi di Emmanuel Macron. L’articolo prevede la possibilità di presentare mozioni di sfiducia entro 24 ore, che annullerebbero la legge e farebbero cadere il governo. Le principali forze di opposizione, La France insoumise e Rassemblement National, hanno annunciato la presentazione di una mozione, mentre i Socialisti hanno preso tempo, giudicando la legge orientata nella giusta direzione. A metà dicembre Lecornu era riuscito a far approvare la prima parte della manovra, che includeva la sospensione della riforma delle pensioni, ma i negoziati sulla seconda parte si erano bloccati. I Repubblicani hanno criticato le concessioni ai Socialisti. I due predecessori di Lecornu erano stati sfiduciati dopo aver usato il 49.3 sulla legge di bilancio.
🇺🇸 A Minneapolis proseguono da tre settimane le proteste contro le operazioni dell’ICE, accusate di metodi aggressivi, intimidatori e violenti durante i rastrellamenti anti-immigrazione. Gli scontri avvengono soprattutto durante queste operazioni, documentate dagli abitanti sui social, con immagini di arresti senza mandato, uso della forza e presunti casi di profilazione razziale. Una giudice federale ha dichiarato illegittime alcune pratiche dell’ICE, vietandone l’uso dopo aver citato episodi di abusi e minacce contro civili. L’amministrazione Trump contesta la sentenza, sostiene che i manifestanti ostacolino le forze dell’ordine e valuta il ricorso all’Insurrection Act. La morte di una donna disarmata durante una protesta ha inasprito il conflitto istituzionale e sollevato dubbi sui criteri di reclutamento dell’ICE, mentre il Dipartimento di Giustizia ha escluso azioni legali federali contro l’agente coinvolto. Parallelamente, il governo ha avviato indagini e procedimenti contro attivisti, amministratori locali e sostenitori delle proteste, oltre a richiedere dati sui loro organizzatori, sollevando ulteriori questioni legali e costituzionali.
🇸🇾 Dopo settimane di scontri con le forze del governo siriano, conclusi da un cessate il fuoco molto fragile, le Forze democratiche siriane (SDF) a guida curda hanno perso gran parte dei territori controllati nel nord-est della Siria e risultano indebolite anche sul piano interno, dopo l’allontanamento delle componenti arabe. Le forze governative hanno riconquistato Aleppo a metà gennaio e successivamente altre aree, lasciando ai curdi solo le zone dove erano storicamente più radicati. Il cessate il fuoco ha rappresentato di fatto una resa, con la cessione di territori strategici, inclusi quelli ricchi di petrolio, e l’integrazione individuale dei combattenti curdi nell’esercito siriano in cambio di limitati riconoscimenti civili. Nei giorni successivi all’accordo sono continuati i combattimenti, in particolare attorno a prigioni e campi di detenzione dell’ISIS, considerati cruciali per la stabilità regionale. I curdi hanno abbandonato alcune strutture, tra cui il campo di al Hol, che ospita circa 30mila detenuti, e altre prigioni nell’area di Raqqa. Il governo accusa le SDF di aver lasciato le strutture senza un passaggio di consegne sicuro. Con il cambio di governo a dicembre 2024, i curdi hanno inoltre perso il sostegno degli Stati Uniti, che ora riconoscono al governo di Ahmed al Sharaa il controllo delle regioni un tempo amministrate dalle SDF.
🇨🇳 Il ministero della Difesa cinese ha avviato un’indagine e rimosso il generale Zhang Youxia, vicepresidente della Commissione militare centrale e secondo in comando dell’esercito dopo Xi Jinping, nell’ambito delle vaste epurazioni volute dal presidente. Insieme a lui è stato indagato anche il generale Liu Zhenli, per presunte violazioni disciplinari non meglio specificate. La Commissione, organo direttivo delle forze armate, resta così composta solo da Xi e da Zhang Shengmin, incaricato di guidare le epurazioni, dopo la rimozione di tutti gli altri comandanti nominati in precedenza. L’allontanamento di Zhang è particolarmente rilevante perché era considerato vicino a Xi ed era uno dei pochi alti ufficiali con esperienza di combattimento. Figlio di un rivoluzionario comunista legato alla famiglia di Xi, Zhang aveva avuto un ruolo centrale nella modernizzazione dell’esercito insieme a Liu. Le epurazioni, presentate dal regime come una campagna anticorruzione, hanno colpito oltre 200mila ufficiali dal 2012 e, secondo alcuni analisti, potrebbero indebolire la capacità militare cinese. Christopher K. Johnson ha definito la rimozione di Zhang una mossa senza precedenti nella storia militare del paese.
🇮🇹 Il disegno di legge sulla violenza sessuale in discussione al Senato è stato modificato sostituendo il riferimento al «consenso libero e attuale» con quello di atto compiuto «contro la volontà della persona», cambiamento che elimina l’introduzione esplicita del consenso nel codice penale. La modifica, proposta dalla senatrice leghista Giulia Bongiorno, rompe un precedente accordo bipartisan e ha suscitato forti critiche da parte dell’opposizione, che parla di arretramento nella tutela delle vittime. Il nuovo testo prevede che il dissenso debba essere valutato in base al contesto, include i casi di atti compiuti “a sorpresa” e introduce una graduazione delle pene in base alla gravità del fatto. Giuristi e associazioni antiviolenza esprimono valutazioni divergenti: alcuni temono che il cambio di formulazione metta in discussione l’interpretazione giurisprudenziale fondata sul consenso, altri ritengono il nuovo impianto più coerente con il dibattito dottrinale e il principio di proporzionalità della pena. Il disegno di legge dovrà ora essere votato dal Senato e poi tornare alla Camera per l’approvazione definitiva.
🇺🇬 Il presidente ugandese Yoweri Museveni ha vinto le elezioni tenutesi giovedì nel paese, assicurandosi il settimo mandato consecutivo. Ottantunenne e al potere dal 1986 dopo un colpo di stato, Museveni governa da anni in modo autoritario e, secondo i dati ufficiali, ha ottenuto il 72 per cento dei voti, sconfiggendo il principale rivale Bobi Wine, ex musicista noto anche come Robert Kyagulanyi Ssentamu. Diversi osservatori internazionali, tra cui Nazioni Unite e Amnesty International, hanno giudicato le elezioni non libere né regolari, citando una sistematica repressione dell’opposizione. Durante il voto e la campagna elettorale sono state segnalate restrizioni alle libertà, come il blocco di internet, la chiusura di ong per i diritti umani, la gestione violenta delle proteste e il divieto di ingresso per giornalisti internazionali. Wine ha denunciato l’uccisione di 21 persone durante la campagna, mentre la polizia ne ha confermate 7, e ha definito il risultato elettorale falsato, invitando a proteste non violente.
📱 TikTok ha annunciato di aver concluso l’accordo per la vendita della propria divisione negli Stati Uniti a imprenditori locali, evitando così il blocco della piattaforma previsto da una legge approvata dal Congresso nel 2024. La norma imponeva a ByteDance, società cinese proprietaria del social network, di cedere l’attività statunitense a soggetti non legati alla Cina per timori di sicurezza nazionale e uso improprio dei dati. Dopo mesi di rinvii dell’entrata in vigore della legge durante l’amministrazione Trump, un accordo preliminare firmato a dicembre è stato ora finalizzato. La nuova società, “TikTok USDS Joint Venture LLC”, sarà controllata per l’80,1% da investitori statunitensi, tra cui Oracle, Silver Lake, MGX e Michael Dell, mentre ByteDance manterrà il 19,9%. Il valore dell’operazione non è stato reso noto, anche se in passato era stata stimata intorno ai 14 miliardi di dollari. La società si occuperà anche della moderazione dei contenuti, mentre restano incertezze su eventuali cambiamenti per gli utenti. L’accordo è stato approvato dal presidente statunitense, mentre il governo cinese non ha ancora commentato.
👗 Valentino Garavani, stilista e imprenditore italiano, è morto a 93 anni: dagli anni Sessanta era celebre in tutto il mondo per l’eleganza e l’opulenza dei suoi abiti da sera e per il celebre “rosso Valentino”. Nato a Voghera nel 1932, si formò tra Milano e Parigi prima di fondare a Roma, nel 1960, la Maison Valentino insieme a Giancarlo Giammetti, occupandosi della direzione creativa mentre il socio seguiva gli affari. Dopo un avvio difficile, il marchio ottenne grande successo internazionale, vestendo alcune delle più importanti celebrità e contribuendo a rendere la moda italiana famosa nel mondo. Nel corso degli anni Settanta e Ottanta l’azienda si ampliò con linee prêt-à-porter, profumi e collezioni più accessibili. Garavani lasciò la direzione creativa nel 2008, dopo 45 anni di carriera, conducendo poi una vita riservata. Nel 2006 ricevette la Legion d’onore in Francia e la sua ultima sfilata, nel 2008 a Parigi, fu interamente dedicata al colore rosso.
⚽ Il Senegal ha vinto la Coppa d’Africa maschile di calcio battendo 1-0 il Marocco, grande favorito e paese ospitante, al termine di una finale molto combattuta decisa ai tempi supplementari. Dopo lo 0-0 dei tempi regolamentari, il finale è stato segnato da episodi controversi: un gol annullato al Senegal e un rigore assegnato al Marocco dopo controllo VAR, che ha provocato lunghe proteste e l’uscita temporanea dal campo della squadra senegalese. Alla ripresa del gioco, il rigore calciato da Brahim Diaz è stato parato dal portiere Edouard Mendy. Nei supplementari, al quarto minuto del primo tempo, Pape Gueye ha segnato il gol decisivo. Per il Senegal, allenato da Pape Thiaw, si tratta del secondo titolo dopo quello del 2022, mentre il Marocco chiude il torneo senza riuscire a confermare le alte aspettative della vigilia.
Alla prossima 👋



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