Proteste per il nuovo piano di Netanyahu, incontro Trump-Putin (ma senza Zelensky), Guardia Nazionale schierata a DC
Con i bagordi di Ferragosto alle spalle, torniamo a fare ordine su quanto succede nel mondo.
Sono tre le questioni principali da tenere d’occhio, quelle che vi aspettate: partiamo sicuramente da Gaza e dalle ultime dalla Striscia; poi passiamo – con due slot – da quanto succede tra Ucraina e Russia e (soprattutto) dall’incontro tra Putin e Trump in Alaska, e infine da quanto accade internamente in USA, con le ultime su dazi e non solo.
Cominciamo subito 👇
🇮🇱 ISRAELE-HAMAS: IL PIANO DI NETANYAHU SCONTENTA TUTTI, GROSSE PROTESTE A GAZA. E 5 GIORNALISTI…

1) Cominciamo dalla situazione a Gaza. Il piano del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu per occupare la città di Gaza (di cui abbiamo parlato la scorsa settimana) è stato contestato da numerosi paesi, tra cui membri dell’Unione Europea, governi di stati a maggioranza musulmana, famiglie degli ostaggi israeliani detenuti da Hamas e organizzazioni ebraiche statunitensi solitamente non critiche verso Israele. Dopo l’approvazione del piano, i ministri degli Esteri di Australia, Germania, Italia, Nuova Zelanda e Regno Unito hanno diffuso un comunicato congiunto definendolo pericoloso per la situazione umanitaria a Gaza, per la vita degli ostaggi e per il rischio di trasferimenti forzati di civili, ricordando anche possibili violazioni del diritto internazionale. Netanyahu, intervistato da Fox News, ha dichiarato che l’obiettivo è distruggere Hamas, non governare la Striscia, che vorrebbe affidare a “forze arabe” non specificate, escludendo sia Hamas sia l’Autorità Nazionale Palestinese. La Germania, seconda fornitrice di armi a Israele dopo gli Stati Uniti, ha reagito sospendendo le esportazioni militari verso il paese. Critiche sono arrivate anche da Francia, Canada, Cina, Commissione europea, ONU e Alto commissario per i diritti umani Volker Türk. In Israele, le famiglie di circa venti ostaggi vivi temono per la loro sicurezza e si oppongono al piano, così come alti funzionari della sicurezza nazionale e dell’esercito. Gli Stati Uniti, invece, non hanno criticato la proposta; l’ex presidente Donald Trump ha affermato che la decisione spetta a Israele, sebbene gruppi ebraici statunitensi come l’Anti-Defamation League abbiano espresso forti riserve.
A questo proposito, sabato scorso a Tel Aviv decine di migliaia di persone, secondo gli organizzatori oltre 100mila, hanno protestato contro il piano del governo israeliano per l’occupazione della città di Gaza. I manifestanti hanno chiesto la fine della guerra nella Striscia e la liberazione degli ostaggi ancora prigionieri di Hamas, stimati in circa 20 ancora vivi. Molti sventolavano bandiere israeliane o mostravano foto degli ostaggi, mentre altri esponevano cartelli contro il governo, appelli al presidente USA Donald Trump o immagini di bambini palestinesi uccisi dall’esercito israeliano. Secondo sondaggi, il 70-75% degli israeliani vuole la fine del conflitto e il ritorno degli ostaggi, ma la fiducia nell’esercito (IDF) resta alta al 77%, con l’80% che lo considera “morale” e solo il 35,5% preoccupato per la situazione umanitaria a Gaza. Il 61% ritiene però che l’attuale strategia non stia portando risultati sugli ostaggi. Negli ultimi mesi sono aumentate in Israele le critiche ai crimini dell’IDF, anche per un parziale cambiamento nella copertura mediatica. Il piano di occupazione è stato respinto da UE, paesi a maggioranza musulmana e altri governi, ma non dagli Stati Uniti, principale alleato di Israele.
In settimana, cinque giornalisti di Al Jazeera sono stati uccisi in un attacco israeliano vicino all’ospedale Al Shifa, a Gaza. L’esercito israeliano ha dichiarato che l’operazione mirava al reporter Anas al Sharif, accusato di appartenere a Hamas e di guidare una cellula terroristica, accuse sempre respinte dal giornalista e dall’emittente. Oltre ad al Sharif, sono morti Mohammed Qreiqeh e i fotoreporter Ibrahim Zaher, Moamen Aliwa e Mohammed Noufal, insieme ad altre due persone. I funerali si sono svolti a Gaza, con processioni e giubbotti “Press” sui corpi. Israele aveva già accusato al Sharif di aver preso parte agli attacchi del 7 ottobre 2023, mentre il Committee to Protect Journalists aveva denunciato una campagna diffamatoria nei suoi confronti, intensificata dopo i suoi reportage sulla grave crisi alimentare nella Striscia. Poco prima della morte, al Sharif aveva scritto un testo di addio pubblicato sui social. Al Jazeera ha definito l’attacco un tentativo di “silenziare le voci di Gaza” e ha accusato Israele di aver fabbricato le prove contro i suoi reporter. L’emittente, fondata in Qatar e finanziata dal governo locale, è tra le più attive nella documentazione del conflitto, mentre Israele la accusa di essere uno strumento di propaganda di Hamas e ha già approvato una legge per chiuderla nel Paese.
Sabato scorso a Londra la polizia ha arrestato 474 persone durante una manifestazione a favore di Palestine Action, organizzazione dichiarata illegale il 5 luglio dal governo britannico in base alle leggi antiterrorismo. Si tratta del più alto numero di arresti in un solo giorno degli ultimi dieci anni nella capitale; nelle settimane precedenti erano già state fermate oltre 200 persone. Delle 474 persone, 466 sono state arrestate per sostegno a Palestine Action, cinque per aggressione a poliziotti, due per violazione dell’ordine pubblico e una per un’accusa con aggravante razzista. I manifestanti identificati sono stati rilasciati con il divieto di partecipare ad altre proteste pro-Palestine Action. La protesta, organizzata da Defend Our Juries a Parliament Square, prevedeva che i partecipanti mostrassero cartelli con la scritta «I oppose genocide, I support Palestine Action». La ministra dell’Interno Yvette Cooper ha giustificato il bando citando gravi attacchi e piani violenti del gruppo, mentre l’Alta corte ha autorizzato Palestine Action a ricorrere contro la decisione, con i legali della cofondatrice Huda Ammori che denunciano una violazione del diritto di opinione.
🇺🇦 UCRAINA-RUSSIA: LA PREPARAZIONE DELL’INCONTRO DI FERRAGOSTO TRA PUTIN E TRUMP

2) La questione ucraina occupa i prossimi due slot. Il presidente statunitense Donald Trump e il presidente russo Vladimir Putin hanno deciso di incontrarsi il 15 agosto in Alaska per discutere un possibile accordo di pace sulla guerra in Ucraina, con l’ipotesi di cessioni territoriali ucraine alla Russia. Trump ha dichiarato che “alcuni territori verranno ripresi e altri scambiati”, mentre il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha ribadito il rifiuto di qualsiasi cessione di terra. È stato il primo incontro tra Putin e un presidente USA dal 2021 e tra Putin e Trump dal 2019. Trump si è detto fiducioso di poter convincere Kiev e gestire direttamente il confronto con Putin. Per il leader russo, l’incontro rappresenta già un successo diplomatico dopo mesi di isolamento. Sarà inoltre la prima visita di Putin negli Stati Uniti da quasi dieci anni, resa possibile dal fatto che il mandato di arresto internazionale a suo carico non è vincolante per gli USA.
Nel frattempo, i leader di Regno Unito, Francia, Germania, Italia, Polonia e Finlandia hanno dichiarato che una pace in Ucraina non può essere negoziata senza la partecipazione del presidente Volodymyr Zelensky. I paesi europei temono un accordo bilaterale tra Stati Uniti e Russia che preveda concessioni territoriali inaccettabili, come la cessione di aree occupate dopo l’invasione del 2022. Sabato scorso, rappresentanti europei si sono riuniti nel Regno Unito con il vicepresidente USA JD Vance e funzionari ucraini per chiedere il coinvolgimento di Zelensky. Vance ha parlato di un possibile incontro trilaterale, che però difficilmente avverrà subito, poiché Putin preferisce un vertice bilaterale con Trump. La svolta è arrivata dopo un incontro al Cremlino tra Putin e Steve Witkoff, emissario di Trump, durante il quale il presidente russo si è detto disposto a negoziare, proponendo il riconoscimento del controllo russo sulla Crimea e sull’intera regione del Donbas, oltre al congelamento del fronte attuale, comprese aree intorno a Kherson e Zaporizhzhia. Secondo il Wall Street Journal, queste richieste sono meno estreme di quelle passate, ma restano inaccettabili per Kiev. L’Ucraina, sostenuta dall’Europa, chiede un cessate il fuoco prima di qualsiasi negoziato, il ritiro russo da altre zone e garanzie di sicurezza che includano la possibilità di adesione alla NATO, finora sempre respinte da Putin. Mercoledì i principali leader europei e il presidente ucraino Zelensky hanno avuto una telefonata con Donald Trump. La chiamata è avvenuta mentre Zelensky era a Berlino. Macron ha riferito che Trump ha promesso di discutere con l’Ucraina ogni decisione sui territori e di informare Zelensky dopo l’incontro con Putin.
🇺🇦 TRUMP-PUTIN: L’INCONTRO SI CHIUDE SENZA GROSSI PASSI AVANTI. UCRAINA GRANDE ASSENTE, MA…

3) Ma come è andato infine questo incontro? Di base, è stato descritto come un successo per il leader russo, che ha ottenuto legittimazione internazionale senza dover fare concessioni sulla guerra in Ucraina. Putin ha interrotto il suo isolamento e ha evitato il rischio immediato di nuove sanzioni americane, nonostante le minacce iniziali di Trump. L’accoglienza ad Anchorage è stata solenne: Trump lo ha applaudito e lo ha accompagnato personalmente sulla limousine presidenziale, un onore raro per i leader stranieri. L’incontro a porte chiuse è durato poco più di tre ore, meno delle sette previste, e si è concluso con una breve conferenza stampa senza domande. In maniera insolita, è stato Putin a prendere la parola per primo. Il presidente russo ha parlato di un consenso che potrebbe “spianare la strada alla pace in Ucraina”, mentre Trump ha ridimensionato, affermando che non c’è stato alcun accordo formale, ma solo progressi parziali. Putin ha ribadito che la guerra finirà solo eliminando quella che considera “la radice del problema”, cioè l’indipendenza ucraina. Trump, che negli ultimi mesi si era mostrato esasperato nei confronti di Putin, ha invece sottolineato la sua “relazione fantastica” con il leader russo. Dopo il vertice, ha lasciato intendere che non ci saranno nuove sanzioni per ora, sospendendo di fatto gli ultimatum economici minacciati in precedenza. Secondo quanto emerso, Putin avrebbe blandito Trump riconoscendolo come “vero vincitore” delle elezioni del 2020 e sostenendo che, con lui presidente, la guerra in Ucraina non sarebbe mai iniziata. All’incontro non hanno partecipato né Zelensky né leader europei. Trump ha dichiarato che ora spetta al presidente ucraino chiudere l’accordo, auspicando un maggiore coinvolgimento delle nazioni europee. Infine, ha annunciato la possibilità di un nuovo incontro, mentre Zelensky ha reso noto che vedrà Trump a Washington.
🇺🇸 USA: TRUMP SCHIERA LA GUARDIA NAZIONALE A WASHINGTON DC. INTANTO SUI DAZI ALLA CINA…

4) Lunedì Donald Trump ha annunciato che entro la prossima settimana dispiegherà 800 soldati della Guardia Nazionale a Washington D.C. e assumerà il controllo federale della polizia locale, dichiarando un’emergenza di criminalità. Secondo i dati ufficiali, però, i crimini violenti sono ai minimi degli ultimi 30 anni. La sindaca Muriel Bowser ha definito la decisione «inquietante e senza precedenti», riconoscendo l’autorità presidenziale ma respingendo le affermazioni di Trump sull’ordine pubblico. La legge federale consente al presidente di controllare la polizia per 48 ore, prorogabili fino a 30 giorni con l’autorizzazione del Congresso, e ulteriormente solo con approvazione di entrambe le camere. Trump ha dichiarato che rimuoverà i senzatetto dagli accampamenti cittadini, senza specificare la destinazione. La Guardia Nazionale, forza di riservisti soggetta a controllo sia statale sia presidenziale, è normalmente impiegata per disastri naturali o rivolte; il presidente può usarla in caso di emergenze nazionali. Trump l’aveva già schierata a Los Angeles nel giugno precedente contro le proteste per operazioni dell’ICE, nonostante l’opposizione del governatore californiano Gavin Newsom, un fatto che non accadeva dal 1965. In passato, Trump ha sostenuto che la Guardia sia lo strumento più efficace per contrastare la criminalità nelle grandi città a guida democratica. Washington, con autonomia limitata rispetto agli stati, offre al presidente margini d’azione più ampi, ed è stata scelta come prima città per questa modalità d’intervento. Nel 2023 D.C. aveva registrato un forte aumento degli omicidi, ma la sindaca afferma che le misure adottate hanno ridotto la criminalità, con un calo del 26% dei reati violenti e del 12% degli omicidi rispetto al 2024, e un -20% negli arresti di minorenni. Nonostante i dati, la percezione di insicurezza resta alta, alimentata da episodi mediatici citati da Trump, come il caso del 19enne Edward Coristine, aggredito il 3 agosto mentre tentava di fermare un furto d’auto, per cui sono stati arrestati due 15enni.
Facendo un rapido passaggio sui dazi, lunedì il presidente Trump ha firmato un ordine esecutivo che proroga di altri 90 giorni, fino al 10 novembre, la sospensione dell’entrata in vigore di quelli contro la Cina, con Pechino che ha confermato una misura analoga sui propri dazi di ritorsione. L’obiettivo di Washington è guadagnare tempo per raggiungere un accordo commerciale favorevole, dopo negoziati finora insoddisfacenti. Ad aprile Trump aveva introdotto dazi fino al 145%, a cui la Cina aveva risposto con tariffe del 125%, soglie tali da bloccare quasi completamente gli scambi. A maggio era stato concordato un primo rinvio di 90 giorni, con dazi ridotti rispettivamente al 30% e al 10%, ora prorogato. Nonostante ciò, entrambe le parti hanno continuato a imporre restrizioni e minacciare nuove ritorsioni. A giugno era stato annunciato un accordo per ridurre le limitazioni e proseguire le trattative, mentre l’ultimo incontro risale a fine luglio, con segnali di ottimismo sulla proroga ora formalizzata. Nel frattempo, la Cina aveva limitato le esportazioni di terre rare, 17 metalli cruciali per molte industrie globali, salvo poi riprenderne in parte la vendita agli Stati Uniti dopo gli accordi estivi. Dall’inizio della guerra commerciale, gli scambi bilaterali sono calati nettamente: a giugno le importazioni statunitensi dalla Cina si sono quasi dimezzate rispetto allo stesso mese del 2024; nei primi sei mesi dell’anno, le importazioni hanno raggiunto 165 miliardi di dollari (-15% su base annua) e le esportazioni verso la Cina sono scese del 20%.
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Andiamo subito alle brevi 👇
🇨🇳 Dal 2012 il presidente cinese Xi Jinping utilizza dimissioni forzate e indagini disciplinari per controllare l’esercito, ma le recenti epurazioni sono le più intense degli ultimi anni, colpendo anche ufficiali da lui nominati e considerati fedeli. Le forze armate cinesi, tra le più potenti al mondo e in rapido progresso tecnologico, affrontano problemi di corruzione e di fiducia da parte della leadership. In pochi mesi la Commissione militare centrale è passata da sette a quattro membri; il generale He Weidong è scomparso a marzo e l’ammiraglio Miao Hua è stato espulso a giugno per “gravi violazioni della disciplina”. Dal 2023 almeno 45 ufficiali sono stati indagati, rimossi o fatti sparire. La corruzione è storicamente diffusa e Xi punta a modernizzare l’esercito entro il 2027, data indicata da funzionari statunitensi come possibile preparazione a un’eventuale invasione di Taiwan. Le epurazioni hanno anche una valenza politica: Xi ha eliminato rivali interni e rafforzato il controllo, diventando il leader più potente dai tempi di Mao Zedong. Le rimozioni di fedelissimi potrebbero indicare sia una volontà di accelerare la modernizzazione, sia una crescente sfiducia nella gerarchia militare, con potenziali rischi in caso di conflitto o instabilità. Pur non essendoci prove di un calo del potere di Xi, sono attese ulteriori riforme e cambiamenti nell’esercito, come auspicato dalla Commissione militare centrale per “eliminare influenze tossiche” e ripristinare l’autorità degli ufficiali politici.
🇪🇸 Dall’inizio della settimana, gravi incendi boschivi hanno colpito la Spagna, soprattutto nel nord-ovest, bruciando centinaia di chilometri quadrati. Secondo l’EFFIS sono attivi 38 focolai, alimentati da ondata di calore, siccità e venti forti, con un bilancio di tre vittime e una decina di feriti. Le aree più colpite sono tra Ourense, León e Zamora, dove 9mila persone sono state evacuate da circa 50 comuni; incendi sono segnalati anche in Estremadura, Asturie e nella regione di Valencia. Sono state chiuse almeno 15 strade secondarie e interrotte le linee ferroviarie tra Madrid e Galizia. L’UE ha inviato due Canadair su richiesta del governo spagnolo. Il rogo di Uña de Quintana, in provincia di Zamora, è uno dei peggiori mai registrati, con 450 km² bruciati e la morte di un volontario di 37 anni; un uomo è stato arrestato per incendio doloso. In Galizia, a Chandrexa de Queixa, un altro incendio ha devastato 237 km². L’incendio a Tres Cantos, vicino Madrid, è stato domato dopo aver distrutto 20mila m² e costretto all’evacuazione 180 persone. Il primo ministro Sánchez ha dichiarato lo stato di pre-emergenza, ma la gestione resta alle comunità autonome. Dall’inizio dell’anno sono andati in fumo oltre 1.570 km² di terreno, di cui quasi 1.200 nell’ultima settimana, mentre l’ondata di calore proseguirà fino a lunedì con punte di 44 °C.
🇷🇸 Negli ultimi giorni in Serbia si sono verificati violenti scontri tra manifestanti pro e contro il governo e la polizia, con oltre cento feriti e 47 arresti. Le proteste, in corso da nove mesi, erano iniziate dopo il crollo della tettoia della stazione ferroviaria di Novi Sad, che causò 16 morti e alimentò il malcontento contro il presidente Aleksandar Vučić. A Novi Sad, tra martedì e mercoledì, si sono registrati tafferugli e danni alla sede del Partito Progressista Serbo, mentre a Belgrado e in altre città ci sono stati lanci di sassi, bottiglie e fumogeni. Il ministro dell’Interno Ivica Dačić ha parlato di una novantina di raduni in tutto il paese e di un «attacco contro lo stato», mentre l’opposizione ha denunciato tra i feriti il deputato Pedja Mitrovic. Le manifestazioni, guidate inizialmente dagli studenti, avevano già portato alle dimissioni del primo ministro Miloš Vučević. Vučić ha accusato i manifestanti di incitare alla violenza e di agire con il sostegno di paesi stranieri, senza però fornire prove.
🇦🇿 Venerdì scorso, alla Casa Bianca e alla presenza di Donald Trump, il presidente dell’Azerbaijan Ilham Aliyev e il primo ministro armeno Nikol Pashinyan hanno firmato un accordo di pace, ponendo fine a un conflitto iniziato nel 1988 che aveva causato due guerre e, nel 2023, la fuga di oltre 100mila armeni dal Nagorno-Karabakh. L’intesa prevede la creazione di un corridoio di circa 40 km in territorio armeno che collegherà l’Azerbaijan alla sua exclave di Nakhchivan, sviluppato dagli Stati Uniti e garantito contro possibili azioni ostili azere. Il corridoio, chiamato “Trump Route for International Peace and Prosperity” (TRIPP), resterà armeno e ospiterà infrastrutture come ferrovia, oleodotto, gasdotto e rete in fibra ottica. Il testo dell’accordo non è ancora pubblico, in particolare per quanto riguarda le dispute sui confini. L’iniziativa si inserisce nel tentativo di Trump, iniziato a marzo, di presentarsi come pacificatore internazionale, dopo interventi minori come il cessate il fuoco tra Cambogia e Thailandia, e senza risultati significativi su Ucraina e Gaza.
🇹🇷 Domenica un terremoto di magnitudo 6.1 ha colpito la provincia turca di Balikesir, causando il crollo di 16 edifici, tra cui due moschee: una persona è morta e almeno 29 sono rimaste ferite, nessuna gravemente. L’epicentro è stato a Sindirgi, ma le scosse sono state avvertite anche a Istanbul, a oltre 300 km di distanza. La Turchia è un’area ad alto rischio sismico: nel febbraio 2023 un sisma di magnitudo 7.7 distrusse intere città nel sud del paese e nel nord della Siria. In quell’occasione morirono 53.537 persone in Turchia e 5.951 in Siria, con oltre 100.000 feriti e numerose repliche, la più forte di magnitudo 6.7.
🇮🇹 Mercoledì, una barca con circa cento migranti a bordo è naufragata a sud-ovest di Lampedusa, causando almeno 27 morti, tra cui un neonato e tre minori, mentre diverse persone risultano disperse. Secondo la Guardia Costiera, i migranti erano partiti martedì sera dalla Libia su due imbarcazioni: una si sarebbe guastata e molti passeggeri sarebbero saliti sull’altra, poi affondata vicino a Lampedusa. Sessanta persone sono state salvate dalla Guardia Costiera e dalla Guardia di Finanza e portate nell’hotspot dell’isola, gestito dalla Croce Rossa. Le ricerche di sopravvissuti e il recupero dei corpi sono ancora in corso. Se confermato, si tratterebbe di uno dei peggiori naufragi degli ultimi anni nella zona, simile a quello di marzo con 6 morti e almeno 40 dispersi. Negli ultimi anni, tali tragedie sono diminuite grazie alla presenza costante delle forze italiane al molo dell’isola, ma molti migranti vengono intercettati e riportati in Libia o Tunisia in base ad accordi contestati con Italia e Unione Europea.
🇵🇪 Il 13 agosto la presidente del Perù, Dina Boluarte, ha promulgato una legge che concede l’amnistia a militari, poliziotti e membri dei comitati di autodifesa accusati di violazioni dei diritti umani tra il 1980 e il 2000, durante il conflitto interno contro Sendero Luminoso e altri gruppi armati. La norma, approvata a luglio dal parlamento, impedisce processi per crimini commessi in quel periodo e prevede la scarcerazione di condannati over 70. La guerra interna provocò 70mila morti e 20mila scomparsi, con violenze da entrambe le parti, incluse torture ed esecuzioni sommarie da parte delle forze governative. La legge è stata criticata da familiari delle vittime, ONG e dalla Corte interamericana dei diritti umani, che aveva chiesto di sospenderne l’applicazione. Il governo e i sostenitori sostengono che serva a favorire la riconciliazione e restituire dignità alle forze armate. Non è il primo intervento in questa direzione: nel 2024 era stata introdotta la prescrizione per crimini di guerra e contro l’umanità precedenti al 2003. Attualmente oltre 150 persone sono state condannate per crimini legati al conflitto e circa 600 casi sono ancora sotto indagine.
Alla prossima 👋



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