Tensione altissima tra Cina e Giappone, Epstein Files pronti a essere rivelati (?), dubbi sul piano per la fine della guerra in Ucraina
Il me della scorsa settimana non sa distinguere i numeri, convinto mancasse un mese a Natale (mai vero).
Nel – vano – tentativo di recuperare un minimo di credibilità, parliamo di quanto successo questa settimana a dir poco intensa. Ci sono forti tensioni tra Cina e Giappone, diverse novità provenienti da Gaza e dall’Ucraina, ma anche una possibile svolta sul caso Epstein.
Non male, vero? Cominciamo 👇
🇯🇵 SCONTRO CINA-GIAPPONE SU TAIWAN: DURA REAZIONE DI PECHINO ALLE DICHIARAZIONI DELLA PREMIER NIPPONICA

1) Cominciamo dall’Asia. Nel giro di due settimane dalla sua nomina, la nuova prima ministra giapponese Sanae Takaichi ha generato una grave crisi diplomatica con la Cina. In parlamento aveva dichiarato che un’eventuale invasione cinese di Taiwan potrebbe essere considerata dal Giappone una «minaccia esistenziale», tale da giustificare una risposta militare. La Cina, che rivendica Taiwan – isola di 23 milioni di abitanti governata democraticamente – come parte del proprio territorio, ha reagito con durezza. Il ministero degli Esteri cinese ha ribadito l’intenzione di «riunificare» la Cina e di «schiacciare» ogni interferenza. Il console generale a Osaka, Xue Jian, ha pubblicato un post offensivo e minaccioso contro Takaichi, poi cancellato dopo la convocazione dell’ambasciatore cinese. Anche media e commentatori, tra cui Hu Xijin e la China Central Television, hanno attaccato la premier con toni estremamente ostili. Queste reazioni si inseriscono nella cosiddetta «diplomazia del guerriero lupo», caratterizzata da dichiarazioni aggressive di funzionari cinesi sui social media: una strategia diffusa sotto Xi Jinping ma meno frequente negli ultimi anni, ora ripresa per questa crisi. Oltre alle parole, la Cina ha avviato misure pratiche: ha sconsigliato ai cittadini cinesi di viaggiare in Giappone, sostenendo la presenza di «rischi significativi», e ha inviato navi della guardia costiera vicino alle isole Senkaku/Diaoyu, controllate dal Giappone ma rivendicate da Pechino. Takaichi ha confermato di non voler ritirare le proprie affermazioni, pur evitando di ripeterle pubblicamente. La sua posizione rappresenta una svolta per il Giappone, che finora aveva mantenuto ambiguità sulle potenziali risposte a una crisi nello Stretto di Taiwan. Negli ultimi anni, tuttavia, la destra giapponese considera sempre più Taiwan un nodo strategico per la sicurezza nazionale, vista la vicinanza geografica e l’importanza delle rotte commerciali controllate dall’isola.
Tornando alla situazione attuale, la Cina ha annunciato diverse forme di ritorsione. Pechino ha scoraggiato i viaggi in Giappone, portando almeno quattro aziende statali cinesi a cancellare trasferte già previste, con potenziali effetti sull’economia turistica giapponese, considerando che quasi un quarto dei turisti del 2025 era cinese. È stato inoltre rinviato il Forum Pechino-Tokyo e rimandata l’uscita di due film giapponesi, “Cells at Work!” e “Crayon Shin-chan the Movie”. Per contenere le tensioni, Tokyo ha inviato a Pechino il funzionario Masaaki Kanai per ribadire che la linea di politica estera giapponese non è cambiata rispetto al passato. Non è tutto. La Cina sospenderà infatti nuovamente l’importazione di pesci, crostacei e altri prodotti ittici dal Giappone. Sebbene il ministero degli Esteri cinese non abbia confermato ufficialmente lo stop, una portavoce ha sostenuto che manchino documenti richiesti e che i prodotti giapponesi non troverebbero comunque mercato. Il governo giapponese afferma di non aver ricevuto comunicazioni dirette. La Cina, insieme a Hong Kong, è il principale mercato estero per il pescato giapponese e la misura ripristinerebbe un divieto già introdotto nell’agosto 2023, dopo lo sversamento in mare di acqua contaminata dalla centrale di Fukushima Daiichi. Le importazioni erano riprese a maggio e la prima spedizione giapponese era arrivata in Cina meno di due settimane fa.
La dura ritorsione della Cina contro il Giappone fa parte di una più ampia strategia mirata a isolare l’isola e a rafforzare il nazionalismo interno. A questo proposito, la propaganda cinese sta intensificando i toni in tal senso, sfruttando anche l’eredità dei crimini giapponesi degli anni Trenta e promuovendo serie tv patriottiche come L’onore silenzioso, dedicate al tema dell’“unificazione” con Taiwan. Questa escalation comunicativa accompagna azioni diplomatiche, commerciali e militari sempre più pressanti verso l’isola, senza indicare un’invasione imminente ma puntando a creare condizioni favorevoli in vista di futuri scenari. Il contesto è influenzato anche dall’ambiguità degli Stati Uniti sotto la presidenza Trump, il cui minore sostegno a Taiwan offre alla Cina margini per imporre “nuovi fatti sul campo” e indebolire progressivamente le alleanze di Taipei.
🇮🇱 ISRAELE-HAMAS: L’ONU APPROVA IL PIANO DI RISOLUZIONE PROPOSTO DA DONALD TRUMP, MA SUL CAMPO…

2) Passiamo alla questione Israele-Hamas. Il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha approvato con 13 voti favorevoli e le astensioni di Russia e Cina la risoluzione americana sul piano di pace di Donald Trump per Gaza, che prevede anche una forza internazionale incaricata della stabilizzazione dell’enclave e del disarmo di Hamas. L’ambasciatore Usa Mike Waltz ha parlato di risultato “storico”, mentre Israele ha elogiato l’iniziativa, ritenendola capace di garantire smilitarizzazione, deradicalizzazione e maggiore integrazione regionale, oltre a rafforzare gli Accordi di Abramo. Trump, su Truth, ha definito il voto “una delle più grandi approvazioni nella storia dell’Onu”, ringraziando i membri del Consiglio e numerosi Paesi sostenitori, anticipando annunci sui componenti del Board of Peace. La risoluzione sblocca la fase due del piano, dopo tregua, scambio di prigionieri e ritiro parziale dell’Idf. Un possibile veto di Russia e Cina era incerto, anche perché Mosca aveva proposto una bozza alternativa senza riferimento alla smilitarizzazione e al Board of Peace, posizione condivisa da Pechino e Algeria. Il sostegno dei principali Paesi arabo-musulmani e dell’Autorità Palestinese ha però favorito l’approvazione. Per agevolare il voto, il testo finale è stato rinegoziato, riconoscendo agli Stati membri la possibilità di partecipare al Board fino al 2027 e prospettando un percorso verso l’autodeterminazione palestinese dopo riforme dell’Autorità e progressi della ricostruzione. La forza internazionale, composta soprattutto da Paesi musulmani, dovrà garantire la smilitarizzazione di Gaza, elemento criticato sia da Hamas sia da Israele. Hamas ha condannato la risoluzione come un tentativo di imporre una tutela straniera e ha respinto qualsiasi clausola sul disarmo. Netanyahu, sotto pressione interna, ha ribadito l’opposizione a uno Stato palestinese e la volontà di smilitarizzare Gaza.
Intanto, in Cisgiordania, sono scoppiate proteste e scontri legati all’evacuazione dell’avamposto illegale di Tzur Misgavi e nel villaggio di Jaba’a, con feriti tra gli agenti e incendi di veicoli e abitazioni. Mercoledì invece Israele ha condotto nuovi bombardamenti su diverse città della Striscia di Gaza, causando almeno 27 morti palestinesi e oltre 70 feriti, secondo il ministero della Salute locale e operatori degli ospedali ancora attivi. Israele ha motivato l’azione sostenendo che poche ore prima alcuni miliziani di Hamas avessero attaccato soldati israeliani a Khan Yunis, violando il cessate il fuoco in vigore dal 10 ottobre. È la terza volta che Israele bombarda la Striscia in risposta ad attacchi di Hamas dall’inizio della tregua, dopo gli episodi del 19 e del 28 ottobre, quando i raid avevano ucciso più di 100 palestinesi in una sola notte. In questo caso non sono chiare le conseguenze dell’eventuale attacco di Hamas.
🇺🇸 USA: VIA LIBERA DI TRUMP ALLA LEGGE SULLA PUBBLICAZIONE DEGLI “EPSTEIN FILES”. COSA SUCCEDE ADESSO?

3) È il momento degli USA. Dopo mesi trascorsi a ridimensionare il caso Epstein, il presidente statunitense Donald Trump ha improvvisamente sostenuto la diffusione dei documenti raccolti nei processi e ha chiesto ai Repubblicani di votare a favore della legge che ne prevede la pubblicazione. Il cambio di posizione rappresenta un raro caso in cui Trump ha ceduto alle pressioni interne del Partito Repubblicano, poiché molti deputati, forse la maggioranza, erano pronti a votare con i Democratici. Il rischio di una sconfitta pubblica lo ha spinto a rivedere la propria posizione. Il caso Epstein, il finanziere accusato di aver sfruttato sessualmente decine di minorenni e morto in carcere nel 2019, continua a rappresentare un problema politico per Trump, soprattutto per l’attenzione mediatica costante e per le sue posizioni spesso contraddittorie. Nuovi dettagli sono emersi di recente, tra cui lettere private in cui Epstein affermava che Trump «sapeva delle ragazze» e trascorreva molto tempo a casa sua, informazioni già note ma diventate politicamente rilevanti. La gestione della vicenda è complicata anche dal ruolo dei Repubblicani al Congresso, che avevano istituito una commissione d’inchiesta per evitare un voto diretto sulla pubblicazione dei documenti. Tre deputate repubblicane hanno inoltre raccolto abbastanza firme per obbligare la Camera a esprimersi. Alcuni parlamentari hanno fatto notare a Trump che la sua opposizione poteva far pensare che avesse qualcosa da nascondere.
Com’è andato quindi il voto a riguardo? Il Congresso degli Stati Uniti ha approvato quasi all’unanimità la legge che imporrà la pubblicazione dei documenti raccolti durante i processi a Epstein: 427 voti favorevoli alla Camera e approvazione accelerata al Senato (dopo aver constatato che i Repubblicani avrebbero votato comunque la legge). Trump ha così firmato la legge e assegnato alla procuratrice generale Pam Bondi 30 giorni per pubblicare i materiali in formato consultabile. Il dipartimento della Giustizia potrà però oscurare dati personali non pertinenti e ritardare la pubblicazione se questa interferisse con indagini o processi in corso. Trump aveva inoltre chiesto di indagare sui presunti legami tra Epstein e i Democratici, distogliendo l’attenzione dal caso
🇺🇦 UCRAINA-RUSSIA, LE ULTIME: I NUOVI SCONTRI, IL PIANO DI PACE, LA REAZIONE DELL’EUROPA

4) Chiudiamo con l’Ucraina. Il governo locale sta cercando di contenere le conseguenze dello scandalo di corruzione di cui abbiamo parlato la scorsa settimana, proprio mentre il paese affronta gravi difficoltà finanziarie e attacchi russi alle infrastrutture energetiche, con blackout fino a 11 ore al giorno a Kyiv. Il governo rivendica trasparenza, mentre i critici accusano tentativi di insabbiamento che potrebbero minare la fiducia interna e internazionale. Intanto la Russia ha lanciato nelle scorse notti un vasto attacco contro varie regioni ucraine, causando almeno 25 morti e 73 feriti a Ternopil e ferendo 46 persone a Kharkiv. A Ternopil due grandi palazzi residenziali sono stati gravemente danneggiati e il livello di sostanze nocive nell’aria ha superato i limiti di sicurezza. In totale sono stati lanciati oltre 470 droni e 48 missili, di cui 34 droni e 7 missili hanno superato le difese, provocando danni anche alle infrastrutture energetiche e interruzioni di corrente. Sono state colpite anche infrastrutture portuali sul Danubio, e un drone russo è entrato per alcuni minuti nello spazio aereo romeno, costringendo la Romania a far decollare due caccia. La Polonia ha fatto partire i suoi aerei militari e ha temporaneamente chiuso gli aeroporti di Lublino e Rzeszów per precauzione.
Proprio in Polonia, il premier Donald Tusk ha denunciato come «senza precedenti» due atti di sabotaggio avvenuti tra sabato e lunedì sulla linea ferroviaria strategica Varsavia-Lublino, usata per il trasporto di aiuti verso l’Ucraina. Il governo attribuisce gli attacchi a due uomini ucraini legati ai servizi segreti russi, fuggiti in Bielorussia. I sabotaggi – un’esplosione con C4 a Mika e un tentativo di deragliamento a Puławy che ha coinvolto 475 passeggeri – non hanno causato feriti e i danni sono stati rapidamente riparati. Tusk ha definito questi episodi la minaccia più grave per la sicurezza polacca dall’inizio dell’invasione russa nel 2022, inserendoli in una serie più ampia di azioni ostili, tra cui l’incursione di venti droni nel 2024. Dall’inizio del 2024 sono state arrestate 55 persone accusate di sabotaggio per conto della Russia, mentre a livello europeo tali attività sarebbero triplicate tra il 2023 e il 2024, secondo lo IISS. Mosca nega ogni coinvolgimento.
Nel frattempo, gli Stati Uniti e la Russia avrebbero elaborato un nuovo piano per porre fine alla guerra in Ucraina, trapelato alla stampa attraverso fonti anonime e fortemente sbilanciato a favore delle richieste di Vladimir Putin. Il piano includerebbe condizioni considerate da Kyiv irricevibili, mettendo il presidente ucraino Volodymyr Zelensky in una posizione difficile: accettarlo significherebbe cedere territori strategici, rifiutarlo rischierebbe di irritare nuovamente il presidente statunitense Donald Trump, già impaziente per la lentezza dei negoziati e disposto a interrompere gli aiuti in caso di mancato accordo. Le condizioni previste comprendono la cessione alla Russia dell’intero Donbas — incluse le aree non ancora conquistate — oltre alla Crimea e agli altri territori occupati, insieme a una drastica riduzione dell’esercito ucraino e al divieto di possedere armi a lungo raggio. Il piano vieterebbe anche la presenza di truppe internazionali in Ucraina dopo un eventuale cessate il fuoco. In cambio, Kyiv otterrebbe non meglio specificate “garanzie di sicurezza”. Non è chiaro se il documento includa anche la richiesta russa di raggiungere l’accordo prima del cessate il fuoco. Il negoziato è stato condotto in segreto dall’inviato statunitense Steve Witkoff e dal rappresentante russo Kirill Dmitriev, senza il coinvolgimento diretto dell’Ucraina. Nel frattempo, Russia e Ucraina si accusano reciprocamente di ostacolare il dialogo, mentre cercano di mantenere rapporti favorevoli con Trump, che appare più vicino alle posizioni russe pur avendo mostrato crescente insofferenza. Secondo Axios, Witkoff avrebbe dovuto presentare il piano a Zelensky ad Ankara, dove il presidente ucraino si trovava per discutere un diverso progetto di pace sostenuto dagli alleati europei; parallelamente, due alti ufficiali statunitensi sono presenti in Ucraina.
E l’Europa? I leader hanno reagito con indignazione e frustrazione al nuovo piano, essendo stati esclusi dai negoziati ed esprimendo contemporaneamente forte insofferenza, ricordando i tentativi degli ultimi mesi di dissuadere Trump dal seguire le posizioni russe. Vari ministri europei hanno ribadito che la pace non può equivalere a una resa e che la pressione deve restare sull’aggressore. Resta ora da capire se il piano sia un vero tentativo di rilanciare i negoziati, una manovra russa o un’iniziativa che Trump potrebbe imporre agli alleati, scenario particolarmente problematico per l’Ucraina.
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E via alle brevi. Tante brevi 👇
🇻🇪 La USS Gerald R. Ford, la più grande portaerei statunitense, è entrata nel mar dei Caraibi e dovrebbe posizionarsi al largo del Venezuela, nell’ambito di un massiccio dispiegamento militare che comprende circa 15 mila soldati, una quindicina di navi da guerra, mezzi anfibi, un sottomarino d’attacco e dieci caccia F-35 basati a Porto Rico. Ufficialmente l’operazione, denominata «Lancia del sud», è legata alle attività antidroga contro imbarcazioni sospettate di trasportare stupefacenti, con oltre 20 attacchi già effettuati. Tuttavia, questo intervento si inserisce nelle pressioni dell’amministrazione Trump per indebolire il regime di Nicolás Maduro, mentre tra le opzioni presentate al presidente figurano bombardamenti mirati contro obiettivi militari e politici o contro infrastrutture legate al narcotraffico. Maduro ha risposto annunciando una «mobilitazione di massa» dell’esercito e adottando una retorica pacifista, mentre l’opposizione clandestina, guidata da María Corina Machado, premio Nobel per la Pace, invita i militari a disertare in vista di un possibile crollo del regime.
🇸🇦 Il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman è stato accolto calorosamente da Donald Trump alla Casa Bianca, nella sua prima visita ufficiale negli Stati Uniti dopo l’omicidio di Jamal Khashoggi del 2018, attribuito dalla CIA a bin Salman. Durante l’incontro, Trump ha difeso il principe negando il suo coinvolgimento e criticando la giornalista che aveva posto domande sul caso. La riabilitazione diplomatica di bin Salman, avviata timidamente sotto Biden, è stata consolidata da Trump, con prospettive di accordi su difesa, IA e tecnologia nucleare civile. Nonostante governi in modo autoritario, bin Salman ha rafforzato il peso internazionale dell’Arabia Saudita attraverso ricchezze petrolifere e riforme sociali, pur senza aperture democratiche. Il principe, leader de facto dal 2017, ha promosso grandi progetti di modernizzazione come Neom, mentre il Paese resta dipendente per il 60% dal petrolio e fortemente indebitato. Con Biden i rapporti erano tesi, mentre con Trump sono sempre stati ottimi, con investimenti sauditi promessi fino a 1000 miliardi di dollari. Durante il viaggio, Salman ha cercato di consolidare un patto di reciproca difesa e ha discusso nuove collaborazioni, inclusa la possibilità di normalizzare i rapporti con Israele, condizione che però lega a un progresso verso la soluzione dei due stati.
💻 Nel pomeriggio di martedì numerosi siti in tutto il mondo hanno registrato difficoltà di accesso o funzionamento a causa di un guasto tecnico di Cloudflare, piattaforma utilizzata per la sicurezza informatica e la gestione del traffico. I problemi sono iniziati intorno alle 13 e Cloudflare ha comunicato alle 14:10 di aver individuato la causa, introducendo subito dopo un aggiornamento correttivo, mentre i disservizi sono proseguiti per alcune ore in modo decrescente. Tra i siti coinvolti figurano piattaforme molto diffuse come X, Spotify, ChatGPT e League of Legends, con malfunzionamenti variabili per gli utenti; persino Downdetector ha avuto problemi. Cloudflare sostiene che il 20% dei siti mondiali utilizza i suoi servizi, anche se l’estensione precisa del disservizio resta incerta. L’azienda ha spiegato che la causa è stato un aggiornamento di routine relativo alla gestione dei bot, che ha generato un effetto a catena su tutto il sistema. È il secondo grande disservizio globale in meno di un mese, dopo quello del 20 ottobre legato a un problema di Amazon Web Services.
🇧🇷 La COP30 in corso a Belém sta puntando a definire una tabella di marcia per l’eliminazione graduale dei combustibili fossili, obiettivo sostenuto da molti paesi europei, africani e latinoamericani, ma osteggiato dai maggiori produttori di petrolio e gas. Le trattative, previste fino a oggi, saranno probabilmente estese al fine settimana. Sebbene le risoluzioni non siano vincolanti, queste conferenze restano cruciali per perseguire gli obiettivi dell’Accordo di Parigi, tra cui limitare l’aumento della temperatura globale sotto gli 1,5 gradi. Dopo l’accordo storico della COP28, che però non definì tempi e modalità della transizione, la COP29 fu un fallimento e la questione è tornata a Belém. La bozza della risoluzione mostra che il Brasile avrebbe rimosso la tabella di marcia sotto pressioni esterne, nonostante il sostegno iniziale del presidente Lula. Circa 30 paesi, tra cui Francia, Spagna, Germania, Kenya, Nigeria e Colombia, hanno minacciato di non approvare il documento finale senza questo riferimento, mentre Russia e India guidano l’opposizione. Le decisioni richiedono un consenso non pienamente definito, rendendo complesso il negoziato. Anche in caso di approvazione, si tratterebbe solo della menzione alla tabella di marcia: il contenuto dettagliato verrebbe discusso in un forum nei prossimi anni, forse alla COP31 o COP32.
🇨🇦 Nel 1958 Lana Ponting, allora sedicenne, trascorse un mese in un istituto di Montreal su ordine di un giudice, dopo diversi tentativi di fuga da casa. Oggi, a 78 anni, ricorda poco di quel periodo, tranne l’odore dell’istituto e il fatto di essere stata legata a un tavolo e costretta ad assumere LSD, metamfetamine o barbiturici. Ponting fu una delle molte persone usate come cavie nel programma segreto MKUltra della CIA, condotto durante la Guerra fredda per sviluppare tecniche di manipolazione psicologica. Ora è una delle due persone identificate per nome nella class action che chiede scuse ufficiali e compensazioni dal governo canadese. In un’intervista alla BBC racconta di aver assunto per tutta la vita farmaci per gestire problemi di salute mentale che attribuisce agli esperimenti dell’Allan Memorial Institute, dove il ricercatore Ewen Cameron testava sostanze psichedeliche, privazione sensoriale, coma farmacologico e altri procedimenti senza consenso. Nei documenti dell’epoca veniva descritta come «insofferente e ostile», e Cameron riferì che dopo LSD e gas esilarante era diventata molto tesa e violenta. MKUltra coinvolse un centinaio di istituti tra Stati Uniti e Canada e fu chiuso nel 1973, dopo che lo scandalo Watergate portò attenzione sulle attività segrete governative. In passato alcune cause si sono concluse senza esiti, ma nel 1988 nove persone furono risarcite con 67mila dollari ciascuna, e nel 1992 il governo canadese pagò 100mila dollari a 77 ex pazienti, senza ammettere responsabilità. Ponting non fu risarcita all’epoca perché ignara del coinvolgimento, che ha scoperto solo recentemente tramite il Freedom of Information Act. La class action, avviata nel 2019, rappresenta chiunque sia stato sottoposto agli esperimenti tra il 1948 e il 1964, oltre ai loro familiari, e procede dopo che un giudice ha respinto l’appello del Royal Victoria Hospital; gli avvocati stimano che i potenziali interessati siano centinaia.
🇵🇰 Il parlamento pakistano ha approvato un emendamento costituzionale che concentra nelle mani del maresciallo Asim Munir il controllo di esercito, aviazione, marina e dell’arsenale nucleare, garantendogli anche un’immunità legale a vita. La riforma, che entrerà in vigore a fine mese, amplia notevolmente i suoi poteri e crea una nuova Corte Costituzionale nominata dal governo, ridimensionando la più indipendente Corte Suprema. Munir ottiene inoltre un mandato di cinque anni, rimanendo in carica fino al 2030 e non potrà essere rimosso senza una maggioranza di due terzi in parlamento. La sua ascesa è stata favorita dalla crisi con l’India del maggio scorso e dal sostegno del presidente statunitense Donald Trump, che lo ha più volte ricevuto alla Casa Bianca. Dal 2022 Munir ha consolidato la propria influenza, diventando il secondo feldmaresciallo nella storia del Pakistan e assumendo un ruolo centrale anche nelle politiche economiche, in un contesto di ripresa con inflazione al 3,6% e crescita del PIL al 3%. Tuttavia, il paese resta instabile, con tensioni politiche legate all’ex premier Imran Khan, violenze in Belucistan e conflitti aperti con India e Afghanistan.
🇬🇧 La ministra dell’Interno britannica Shabana Mahmood ha annunciato una riforma restrittiva del sistema di asilo, che ridurrebbe le garanzie legali di accoglienza e sostegno economico per chi attende una decisione sulla propria richiesta. Mahmood ha spiegato che tali aiuti diventeranno discrezionali e che lo stato potrà negarli a persone considerate in grado di mantenersi, a chi possiede beni, commette reati o lavora illegalmente. La riforma prevede anche che lo status di rifugiato, oggi valido cinque anni, debba essere rinnovato ogni due anni e mezzo, mentre per ottenere il permesso di soggiorno permanente serviranno vent’anni. Nel Regno Unito, tuttavia, i richiedenti asilo possono lavorare solo dopo 12 mesi di attesa non imputabile a loro, e accedendo a una lista ristretta di occupazioni. Mahmood ha definito il piano «la più ampia riforma per contrastare l’immigrazione irregolare dei tempi moderni», motivandolo con la necessità di alleggerire la pressione dei flussi attraverso la Manica. Alcuni media hanno paragonato la riforma al modello danese, noto per il suo approccio particolarmente rigido all’immigrazione.
🇧🇩 Il Tribunale dei crimini internazionali del Bangladesh ha condannato a morte l’ex prima ministra Sheikh Hasina, ritenendola responsabile di crimini contro l’umanità per la repressione delle proteste antigovernative del luglio 2024, che causarono oltre 600 morti e almeno 11mila arresti. La leader, oggi 78enne e rifugiata in India dall’agosto 2024, potrà appellarsi alla Corte Suprema, mentre resta in sospeso la richiesta di estradizione del Bangladesh. Hasina, al potere dal 1996 al 2001 e dal 2009 al 2024, è una figura controversa: inizialmente promotrice di politiche progressiste, il suo governo era considerato sempre più autoritario; lei ha sempre negato ogni responsabilità nelle violenze. Condannati a morte anche l’ex ministro dell’Interno Asaduzzaman Khan Kamal e il capo della polizia Abdullah al Mamun. La sentenza arriva a pochi mesi dalle elezioni parlamentari di febbraio, da cui il partito di Hasina, la Lega Awami, è escluso. Le proteste erano nate contro il sistema di quote per gli incarichi pubblici e si erano trasformate in un movimento più ampio contro il governo, che rispose con chiusure di scuole, coprifuoco e blocchi di internet e telefonia. Le tensioni culminarono con incendi e assalti a edifici pubblici, fino alle dimissioni di Hasina il 5 agosto e alla formazione di un governo di transizione guidato dal premio Nobel Muhammad Yunus.
🇸🇾 Il primo processo pubblico sui massacri avvenuti a marzo nella regione siriana di Latakia è iniziato martedì ad Aleppo, con la particolarità che tra gli imputati figurano anche membri delle forze di sicurezza del nuovo governo, evento inedito dopo la caduta del regime di Bashar al Assad nel 2024. Il presidente Ahmed al Sharaa considera il processo una prova di trasparenza per favorire la rimozione delle sanzioni internazionali, nonostante persistano molte opacità. I massacri seguirono a una sollevazione armata di ex militari alawiti fedeli ad Assad, repressa con estrema brutalità dall’esercito, causando oltre 1.400 morti complessivi. Gli imputati sono 265 assadisti e 298 soldati governativi, ma solo 14 erano presenti in aula, dove sono stati confrontati con video diffusi sui social che li ritrarrebbero durante le violenze. Molti hanno negato le accuse o sostenuto che le immagini fossero manipolate. Il processo esclude le responsabilità politiche e di comando, circostanza contestata da organizzazioni per i diritti umani, mentre numerose incongruenze emergono, tra cui l’assenza di avvocati per molti imputati, cui saranno assegnati d’ufficio alla prossima udienza di dicembre.
🇮🇹 Il segretario generale del Garante della privacy, Angelo Fanizza, si è dimesso in seguito alle polemiche sorte dopo le inchieste di Report sui presunti conflitti di interesse dell’Autorità e le sue contiguità con il governo. Fanizza aveva chiesto al dirigente della sicurezza informatica, Cosimo Comella, di acquisire dati dai computer di circa 200 dipendenti per individuare eventuali fonti interne, includendo anche informazioni personali come le email; Comella si era rifiutato, e la vicenda aveva portato i lavoratori a chiedere le dimissioni di Fanizza e dell’intero collegio direttivo. La richiesta di Fanizza, datata 4 novembre, è stata confermata dal Garante, che ha preso le distanze dall’iniziativa, giudicata potenzialmente lesiva della privacy. Il collegio avrebbe saputo della richiesta solo il 13 novembre, senza assumere misure fino all’assemblea del 20 novembre. La crisi si inserisce in un contesto di tensione già acceso dalla multa da 150mila euro alla Rai per una puntata di Report e dalle accuse di condizionamento politico riguardanti il componente del collegio Agostino Ghiglia. Fanizza, magistrato nominato a ottobre dal presidente Pasquale Stanzione, lascia quindi l’incarico dopo poche settimane.
🩺 Ieri si è svolto in 44 università italiane il primo appello del nuovo esame introdotto con il “semestre filtro” per medicina, odontoiatria e veterinaria, composto da tre prove su tre materie diverse. Subito dopo il termine dell’esame sono circolate online alcune foto della prova, nonostante fosse vietato usare il telefono: il ministero dell’Università, preoccupato per possibili copiature, ha annunciato che condividerà le immagini con gli atenei per individuare i responsabili, che rischiano l’annullamento della prova. La riforma sostituisce il precedente test di ingresso a risposta multipla con un esame al termine dei primi tre mesi di lezioni, aperto a tutti gli iscritti. Il secondo appello è previsto per il 10 dicembre. Alla fine saranno formate le graduatorie: dei circa 54mila iscritti al semestre filtro per medicina, solo 24mila potranno proseguire il corso.
👞 La procura di Milano ha aperto un’indagine per caporalato contro Tod’s e tre suoi dirigenti — Simone Bernardini, Mirko Bartoloni e Vittorio Mascioni — accusati di aver impiegato 53 lavoratori cinesi in condizioni di sfruttamento presso sei aziende della filiera tra Lombardia e Marche. Secondo gli inquirenti, i dirigenti erano consapevoli di orari illegali, salari inadeguati, scarsa sicurezza e alloggi degradanti, ignorando gli esiti delle ispezioni esterne che segnalavano “numerosi indici di sfruttamento”. L’inchiesta si inserisce nel cosiddetto “metodo Storari”, che attribuisce responsabilità direttamente ai marchi committenti, ed è rilevante perché ipotizza il dolo dei tre dirigenti. Tod’s è indagata anche come società per non essersi dotata di un modello organizzativo idoneo a prevenire reati nella filiera. Le accuse contrastano con le dichiarazioni del presidente Diego Della Valle, che aveva definito ingiuste le contestazioni. La documentazione della procura riporta condizioni di lavoro e sicurezza critiche, e il tribunale valuterà il 3 dicembre la richiesta di vietare per sei mesi la pubblicità dei prodotti Tod’s.
🎾 Jannik Sinner ha vinto per il secondo anno consecutivo le ATP Finals di Torino, battendo in finale Carlos Alcaraz 2-0 (7-6, 7-5). È stata la sesta finale stagionale tra i due, con Alcaraz ancora avanti negli scontri diretti (10-6) e i due ora appaiati a 24 titoli vinti. Sinner conferma il dominio sul cemento indoor, con 31 vittorie consecutive e nessun set perso in questa edizione. Il primo set si è deciso al tie-break, vinto 7-4 dall’italiano dopo scambi spettacolari. Nel secondo set, dopo un break iniziale di Alcaraz, Sinner ha rimontato e chiuso sul 7-5, conquistando il punto decisivo con un lungo scambio.
Alla prossima 👋



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